È notte.
Il buio avvolge di mistero la maestosità, un’unica massa nera, spezzata solo dal frangere delle onde sulla banchina del porto. Un luogo di lavoro poche volte silenzioso e mai spento. Bianchi e piccoli flutti giocano fra loro, rendono umido il cemento e spargono sale sulle auto parcheggiate in attesa di un nuovo proprietario.
Il buio avvolge di mistero la maestosità, un’unica massa nera, spezzata solo dal frangere delle onde sulla banchina del porto. Un luogo di lavoro poche volte silenzioso e mai spento. Bianchi e piccoli flutti giocano fra loro, rendono umido il cemento e spargono sale sulle auto parcheggiate in attesa di un nuovo proprietario.
Vedo piccole lampadine a ridosso delle montagne, cucine che si popolano di lavoratori pendolari indaffarati per un caldo caffè. Fa freddo ma non è pungente, è dolce, come le colline che sovrastano il mare. Ho il fiato corto, non per fatica, corro lento per gustare il panorama, sono emozionato.
Il torpore delle coperte calde avvolge ancora il mio corpo, ma non sto sognando. Il profumo della salsedine è troppo reale. Una lacrima scorre sul mio viso quando intravedo, alle spalle del massiccio di Tubenna, il primo fascio di luce. Un posto magico, ideale per la notte di San Lorenzo. Dalla sua nuda cima, fatta solo di pietre, si scorge l'intero golfo. Macino chilometri percorrendo velocemente il lungomare, meta di struscio serali, mentre sulla sinistra compare la sagoma del castello incantato di Arechi.
Senza rendermene conto mi ritrovo sull'ultimo scoglio del porto turistico, il Pennello. Banco di prova per i più coraggiosi che si cimentano in tuffi, tra le correnti del mare aperto e le onde generate dai diportisti. Sfidano la sorte tra le creste che si infrangono violentemente sulla scogliera adiacente la bocca del porto.
Io sono stato fortunato.
Aspetto l'alba nella periferia sud della città, la litoranea. I primi raggi di sole si specchiano nell'acqua trasformando il mare nella tavolozza sporca di un pittore improvvisato. Vedo in lontananza i faraglioni di Capri e una gigantesca nave merci in attesa, sulla verticale del porto commerciale. Si è alzato un vento teso ora, freddo, che trapassa la pelle. Sono uscito dall'abitazione di mia suocera solo con canotta e pantaloncino, il mio corpo aveva bisogno d'aria di casa, la mia...
In ogni caso non posso resistere alla tentazione: il mare ha assunto la forma di una tovaglia distesa sul tavolo da pranzo. Complice il vento di levante o vento di terra, come lo chiamano i vecchi pescatori. Inesorabilmente mi avvio sulla spiaggia umida e compatta, slaccio le scarpe, via i calzini, canotta e pantaloncino. Si, ho il costume. Lo avevo messo in valigia all'ultimo momento, prima di partire per le vacanze di Natale. Fa freddo, l'acqua è gelida e sono solo in mezzo al mare, finalmente vivo.
La ragione prende il sopravvento perché non sono più un teenager, come quando marinando la scuola, specie nelle assolate giornate invernali, rinfrescavo la mente (calda per il troppo studio), letteralmente...
Noto con piacere che anagraficamente sono cambiato solo nel fisico.
Noto con piacere che anagraficamente sono cambiato solo nel fisico.
Mi rivesto e molto velocemente riprendo la corsa ad un ritmo sostenuto, se non altro per riscaldarmi. Arrivo nel pressi di una pasticceria che emana un dolce profumo di cornetti appena sfornati. Peccato non avere con me il portamonete; il proprietario era però un mio amico. Chissà se è ancora lui che li prepara oppure il negozio ha cambiato gestione, penso: “Come posso entrare nel negozio tutto fradicio d'acqua di mare e sudore, con canotta e pantaloncino, in pieno inverno?”
<<Posso!>>
<<Buongiorno, cercavo Marcello.>>
<<Buongior... Per favore! Sto lavorando! Sti cazzo di tossici!>>
<<Posso!>>
<<Buongiorno, cercavo Marcello.>>
<<Buongior... Per favore! Sto lavorando! Sti cazzo di tossici!>>
Effettivamente aveva ragione, e Marcello si starà godendo certamente la pensione…
Arrivo senza convinzione verso un bivio che porterebbe la mia mente, più che il mio corpo, su strade ancestrali che mi hanno visto nascere. Decido di intraprendere il mio ultimo miglio affrontando l'asfalto a testa alta. Voglio guardare il terzo piano di quel condominio. Gli abitanti appartengono ad un passato morto e sepolto per me. E non esiste possibilità di altra vita. Confermo le mie scelte.
Non piango più, ma scappo via da quelle strade passando prima per la scuola media e poi le superiori, fino al muretto dove ebbe inizio la mia stessa esistenza: il primo bacio con la dolce metà con cui vivo.
Nel corso della mia vita non ho mai più incontrato quello sguardo. Occhi che ti entrano nell'anima e ti cambiano per sempre. Tranne una volta, d'estate in età matura. Saltellava. Non pensavo potesse accadere una seconda volta…
La corsa ora diventa frenetica, folle. Sguardo basso e gambe veloci. Sono sulle colline, deserte. Urlo.
Ho bisogno di non pensare.
Ho bisogno di dormire, di sognare.
Ho bisogno dei miei amici.
Ho bisogno di dormire, di sognare.
Ho bisogno dei miei amici.
Ho bisogno di seguire le strade della mia vita.
(Paolo Saviello)
