#StoriaDiUnUomoPiccoliSogni - Impossibile amore

#StoriaDiUnUomoPiccoliSogni - Impossibile amore

Una storia inventata, ma... Vera...

-Sinossi-
Un uomo dedica l'ultima parte della sua vita ad una passione devastante e non corrisposta.
Un evento inaspettato cambierà per sempre la vita dei suoi cari.

-Impossibile amore-
Stanca e devastata dal dolore, mentre la notte iniziava la sua vita, lentamente Serena fece ritorno a casa.
Quella che un tempo, e per un tempo troppo breve, fu il loro nido d'amore.
Era l'anniversario del giorno che si erano giurati amore eterno. Non il matrimonio, e neanche il primo bacio o la prima volta che avevano fatto l'amore... La notte di Natale sulla spiaggia, in riva al mare.
Fu il primo sguardo, occhi negli occhi di due acerbi sconosciuti, lì sui banchi di scuola, durante una occupazione studentesca a far scattare la scintilla.
Lui aveva già le idee chiare sui diritti degli studenti e per questo era uno dei leader del movimento e organizzatore del blocco delle lezioni. Una indole che nel tempo gli avrebbe creato non pochi problemi, specie sul lavoro, ma anche tante soddisfazioni. Era sempre contento quando riusciva ad aiutare il prossimo. L'incrocio di quegli sguardi, senza parole, fu una vera e propria dichiarazione d'amore.
Attimi infiniti e silenzi, fecero capire ad entrambi di aver trovato la propria anima affine; quella con cui dividere l'intera vita, e per sempre...
Quella mattina Serena aveva preso un aereo ed era andata lì, dove si erano dati il primo bacio e dove Federico aveva chiesto fossero sparse le sue ceneri. Un muretto, davanti una scuola, proprio quella dove si erano conosciuti. Sporgeva maestoso, sovrastando l’intera struttura, un enorme albero di quercia. Pianse tutto il pomeriggio, non curante dei passanti che le chiedevano cosa fosse successo. Solo ad un'anziana e gentile signora rispose: "Nulla... Sono morta anch'io...".
Era la prima volta senza Federico. La malattia lo aveva consumato nel fisico, ma non nella mente, e quella quercia rappresentava esattamente il suo essere.
Fino all'ultimo giorno lavorò e fino all'ultimo respiro continuò con le sue gare di atletica.
Nessuno sapeva niente, tranne i familiari più stretti e i sui eterni amici: Matteo, Gaetano e Bruno.
Da quando se ne era andato, Serena non aveva avuto il coraggio di toccare nulla che gli appartenesse. Dormiva sul divano e passava le notti, insonni, a ricordare i momenti belli vissuti insieme. Deperita e senza futuro, decise di sedersi sul letto e accarezzare il cuscino, per sentire l'odore di lui; aveva bisogno di lui, e mai come quella notte, pensò di raggiungerlo...
Sul comò aveva sistemato dei flaconi pieni di pillole, aveva comunicato al suo datore di lavoro un periodo di ferie e a tutti i suoi familiari e conoscenti aveva detto che sarebbe andata in vacanza in Bretagna, sulle alture di Landévennec, dove si poteva ammirare il corso del fiume Aulne che sfocia poi nella rada di Brest, la Rivière de Châteaulin, per ritrovare se stessa.
Si stese sul letto e poggiò la testa sul materasso, abbracciò il cuscino e se lo strinse fortemente al petto.
Di lì a poco avrebbe posto fine alla sua vita...
Sentì un rumore strano, come di carta stropicciata: "Ma che...".
Si destò immediatamente, aprì la fodera del cuscino e tra le piume d'oca trovò una lettera, con su scritto, a caratteri cubitali PERDONAMI.
Con le mani tremanti cominciò a leggerla...
<<Cara Serena, dolce amore, tempo fa ho conosciuto una donna che mi ha devastato l'anima. Non ho mai avuto il coraggio di amarla, ma l'ho desiderata con tutto me stesso. Ho incrociato il suo sguardo, per caso, durante una manifestazione sportiva. La mia prima e più importante "impresa", quella che mi ha dato consapevolezza e mi ha cambiato dal punto di vista atletico.
Si...
Hai capito bene, proprio lì... in quei giorni. Nei mesi successivi l'ho rivista altre due volte, sempre durante una gara, tra il pubblico, e poi una quarta volta che correva. Anche lei è una atleta. Quando poi d'estate, siamo ritornati nel mio posto d'incanto, lì sul lago, è capitato di correre per diverse ore insieme e ho avuto modo di conoscerla. Si chiama Vera. Ha la mia stessa età.
L'ho rivista poi in primavera, sempre in una gara, e ci siamo scambiati il numero di telefono.
Infine un'ultima volta sempre d'estate e sempre nello stesso posto, il mio lago magico. Le ho scritto delle poesie, sono custodite in un file crittografato e la password è Libellula>>.
Serena rimase sbigottita e attonita anche perché la lettera terminava con una insolita richiesta...
<<Quando leggerai questa lettera, sarò certamente morto. Mentre la sto scrivendo sento di essere molto vicino alla fine. Sono stanco, come non lo sono mai stato. Anche le energie mentali mi stanno abbandonando...
Ma sono certo di una cosa: ti ho amata e ti amerò fino all'ultimo mio istante, come il primo giorno che ci siamo conosciuti. Non smettere mai di "vivere" e ama se puoi, ama perché amare è la cosa più bella che ha l'Uomo.
Perdonami per la richiesta che andrò a farti, ma io morirò in pace sapendo che consegnerai le poesie alla donna che ho conosciuto e che ho amato esasperatamente in modo platonico, senza mai sapere il perché... Ho solo il suo numero telefonico 555-114141>>.
In pochi secondi accese il computer, spento oramai da mesi, individuò il file "#EmozioniVissuteAnimeAffini.zip", inserì la parola chiave e cominciò la lettura. Non riuscì a piangere perché aveva finito le lacrime, ma quella scoperta gli salvò la vita.
Insieme alle poesie c'era un diario in cui Federico aveva annotato pensieri e stati d'animo di quei due anni di passione. Non aveva mai tradito la moglie ma quella attrazione, così forte, lo aveva portato a commettere degli errori.
Era tutto scritto e c'erano annotate anche le conversazioni e i messaggi scambiati tra lui e Vera.
Infine una foto, scattata durante una gara, li ritraeva abbracciati come due amici di vecchia data.
"No... Non è possibile...", pensò Serena. Continuò la lettura del diario fino al giorno del loro ultimo incontro.
<<Oggi ho rivisto Vera, sapevo che sarebbe venuta qui sul lago, ma non l’aspettavo così presto. Mi ha sorpreso. Mi stavo preparando per la gara e mi ha colto in mutande, mentre stavo indossando i pantaloncini. Dio che vergogna. Sono riuscito però a rimanere serio. Ho incrociato i suoi occhi e poi ho osservato il suo corpo. L'ho vista molto dimagrita e non in perfetta forma. Successivamente abbiamo avuto modo di scambiare due chiacchiere da soli, lontani dalla folla di atleti. Avevo necessità di guardarla fissa negli occhi, per capire.
Capire se avessi già oltrepassato il limite che mi ero imposto: non innamorarmi, non perderci completamente la testa. Amo troppo Serena, è tutta la mia vita, e non capisco perché sto prendendo una sbandata per Vera. In fondo so poco o nulla di lei. Ecco, seppur dolci e belli, i suoi occhi non mi hanno suscitato quelle emozioni che avrebbero compromesso per sempre il rapporto con la mia dolce metà.
Credo però di volerle un bene dell'anima e spero possa nascere una bella amicizia>>.
Gli ultimi appunti descrivevano una evoluzione gelida di quello scambio epistolare. Da qui la necessità di far recapitare le poesie alla donna che Federico, in un'altra vita, avrebbe certamente amato con tutto se stesso.
Intanto il sole cominciava il suo viaggio giornaliero e per strada già si sentivano i primi rumori.
Questo balzo nel surreale aveva dato a Serena una nuova ragione di vita.
Capire, soltanto capire.
Contattò un investigatore privato e dopo qualche giorno riuscì ad ottenere l'indirizzo di Vera.
Stampò le poesie, rilegandole in un libro, prese la macchina e si avviò in quella città alla ricerca di lei.
La vide uscire da un'auto e avviarsi verso un ristorante. Non ebbe il coraggio di seguirla e se ne ritornò in albergo.
La sera le mandò un messaggio che recitava: <<Sono Serena, la moglie di Federico. Ho necessità di incontrarti per consegnarti le sue ultime volontà, quelle che ha espresso in una lettera che ho trovato dopo la sua morte>>.
<<Morte? Quando? Come? Dio mio...>>.
Dopo qualche ora si incontrarono e Serena le consegnò il libro di poesie.
Nella prima pagina, sempre su indicazione di Federico, c'era scritto:
<<Ti prego di accettare le mie scuse, ho fatto troppi errori e hai visto una parte di me che nemmeno io conoscevo. Ci siamo conosciuti in momenti sbagliati. Ti consegno queste poesie, frutto di una passione e di un amore che avrei potuto darti ma che non ho mai voluto che si realizzasse...
Rimane per me un bellissimo e impossibile amore.
Ti auguro buona vita Vera>>.
Si lasciarono senza una parola e Serena, il mattino seguente, fece ritorno a casa, in quella che per lei era diventata una scatola vuota.
Dopo quasi tre anni ricevette uno strano messaggio poco prima dell'alba, un'ora certamente insolita per una comunicazione di piacere. Vide il numero di Vera e lesse immediatamente il messaggio:
<<Ho bisogno di vederti... Ho appena scoperto una cosa. È importante>>.
Questa volta s'incontrarono nella città natale di Federico, Serena era lì da diverso tempo, per accudire la mamma anziana. Il lavoro oramai era diventato solo un ricordo.
Vide le sembianze di un uomo dirigersi verso di lei, ma era Vera...
No... Non era Vera, era un uomo, ma era uguale a Vera. Stesso taglio di capelli, stesso viso. Ma gli occhi.
"Dio mio...", pensò Serena.
"Non è possibile... Federico... No, no!!!".
Scappò in lacrime, sconvolta, verso la strada. Improvvisamente da un'auto parcheggiata sbucò Vera, incrociò il suo sguardo e si bloccò.
Serena rimase come pietrificata ad osservare Vera giungere verso di lei e quell'uomo, con gli stessi occhi di Federico, fermo sul marciapiedi.
Federico era iscritto nelle liste di donatori di organi e alla sua morte i sui occhi furono donati ad Alessandro, il fratello gemello di Vera, cieco dalla nascita.
Vera aveva letto tutte le poesie di Federico, iscrivendone alcune a dei concorsi. All'atto della consegna del libro, Serena le aveva comunicato che, essendo le poesie state scritte per lei, avrebbe potuto farne tutto ciò che desiderava; anche distruggerle. Serena non ne voleva più sapere nulla di quella storia. Qualche poesia ebbe dei riconoscimenti dalla critica, e un giornalista d'inchiesta si fece carico di eseguire delle ricerche sul defunto autore.
Il fratello di Vera, da circa un anno era alla ricerca del suo donatore, quello che gli aveva radicalmente cambiato la vita. Un incontro fatale con il giornalista, in una serata mondana, fecero il resto.
Alessandro infatti era un già un musicista affermato in America Latina, e dopo l'operazione, un po' alla volta, la sua fama stava diventando planetaria.
Serena e Alessandro passarono diversi giorni insieme e vissero momenti indimenticabili, proprio nei posti dove Serena aveva vissuto parte della sua vita con Federico.
Tra di loro nacque un'amicizia speciale.
Successivamente alcune poesie di Federico diventarono canzoni di successo, ma Serena non volle nulla per sé. Le fu offerto però di lavorare per la casa discografica che le produceva; era appassionata di musica, tutta la musica, e qualsiasi combinazione della 7 note le andava bene.
Questo cambiò nuovamente la vita di Serena, donandole una stabilità economica che non aveva più avuto dopo la morte di Federico. Alessandro regalò anche una nuova abitazione ai genitori di Serena togliendoli da quella umida e decrepita dove abitavano da una vita. Fu infine data la possibilità alla mamma di Serena di effettuare quelle costosissime cure di cui aveva bisogno.
Federico era attaccatissimo ai suoi suoceri perché lo avevano accolto come un figlio, facendogli dimenticare parte dei malesseri generati dalla sua famiglia di origine.
Sarebbe stato certamente contento e soddisfatto delle azioni di Alessandro.
Vera visse tutta la sua vita, inquieta anche per lei, come quella di Federico, tra gare e amici sinceri. Anche lei aveva bisogno d'amore, ma non volle mai interferire nel rapporto tra Serena e Federico. Dopo molti anni riuscì a ritrovare sé stessa e morì in pace.
Parte delle sue ceneri furono sparse da un suo carissimo amico sul percorso di una delle gare più dure al mondo: L'Ultra Trail du Mont Blanc.
Il suo sogno.
Sulla sua lapide fu poggiata una corona di fiori con una scritta anonima:
"Grazie di tutto Libellula".

#StoriaDiUnUomoPiccoliSogni - Voluttà

#StoriaDiUnUomoPiccoliSogni - Voluttà

Tratto da una storia vera.

-Sinossi-
Un amore folle, puro e indefinibile, raggiunge il suo culmine. Estasi suprema o folle liberazione?

-Voluttà-
Chiudo gli occhi, vedo il mare e piango. Passeggio tra le rocce, scendo dei gradini e sento l'odore della salsedine. Percepisco la freschezza delle acque sulla mia pelle, sento il movimento sussultorio delle onde sul mio corpo. Sono leggero e mi sento baciato dalla spuma.
Un'onda anomala mi travolge, mi sento mancare il fiato mentre osservo bianche pietre riposare e minuscoli granelli di sabbia librarsi in un caotico balletto. Sento lo scorrere delle acque sul mio viso. Mi sveglio: tutto era in un sogno? La mia mente può andare oltre il mio corpo, può simulare l'inverosimile...
I sensi velati ingannano la mente lucida; ho il cuscino bagnato, mi alzo dal letto e sento degli scricchiolii sotto i miei piedi:

Mi bruciano gli occhi, spoglie opime…
E mi ritrovo tra le mani lacrime
Nei miei occhi la luce del tuo volto
E sulla pelle l'odore del tuo corpo dissolto
L'estasi della tua bellezza nel ricordo di un sorriso
Vedo il cielo
Vedo i tuoi occhi
Aleggiano bianche e limpide anime
Piccoli riflessi senza specchi
Non potrò mai dimenticarti
Questo è vero
Questo ho deciso

Mestamente mi avvio verso la luce fioca, tiro su la tapparella e spalanco le finestre. Ho bisogno di respirare a pieni polmoni. Il panorama è sempre lo stesso. I rumori sono sempre gli stessi. Gli odori sono sempre gli stessi…
Devo prendere una decisione definitiva, non posso più aspettare, non voglio più soffrire. Da tempo, da molto tempo mi manchi. Non posso vivere lontano da te, dal tuo silenzio e dal tuo frastuono. Dalla tua leggerezza e dalla tua maestosità. Fonte di vita e di saggezza spesso regali spettacoli inimmaginabili. Tanti ti apprezzano, tanti ti vogliono; pochi ti capiscono veramente. Nessuno ha ancora inteso il vero senso della tua esistenza. Senza di te, il nulla. Sai essere buono, sai essere crudele, sei ladro e generoso, conservi tesori che decidi di donare a chi merita. Sei sempre nel giusto, doni pace e serenità ma anche dolore e atrocità. Io non ho mai avuto paura di te, rispetto e amore incondizionato; qualunque cosa tu faccia. Nessuna spiegazione, nessuna domanda. Ti accolgo così come tu hai voluto accettarmi, senza domande e senza risposte.
Amore puro.
Ora avrei voglia di correre verso di te, vorrei ammirare la tua luce e sentire il tuo odore, aprire il cuore e ascoltare la tua voce. Vorrei bagnarmi dei tuoi umori, sentire piccole gocce di vita sul mio viso mentre i piedi nudi, umidi, solcano la sabbia compatta e stirata. Vorrei tuffarmi nei tuoi frangenti e assaporare i tuoi marosi. Nuoterei dentro di te fino allo sfinimento, fino a perdere le forze, fino alle porte dell’Ade. Consegnerei la mia vita a te, ti farei decidere se salvarmi per poi vivere nell’oblio oppure trattenermi per sempre e rendermi beato.
Frettolosamente indosso qualche indumento e mi avvio verso l’uscita di casa. Ho un solo pensiero, fisso, tangibile, un tarlo che scava e sprofonda nel mio intimo, nel mio lato oscuro. Ho bisogno di te, ti voglio adesso. Passano i secondi, i minuti sembrano interminabili. Scappo, scendo velocemente le rampe di scale e mi precipito in strada. Corro verso la stazione della metropolitana e prendo il primo treno in direzione stazione. Velocemente arrivo davanti al display dei treni in partenza e individuo quello che mi darà la salvezza. Non posso perdere tempo nel fare il biglietto. Salgo sulla prima carrozza e mi siedo vicino al finestrino. Ho la bocca arsa e il fiatone; certamente non avrò un bell’aspetto, sono elettrizzato, martoriato dalla paura ma sicuro di me. Avrò molte ore per pensare e immaginare quello che in parte ho già vissuto, quello che mi manca da tanto tempo, troppo oramai. Sentirò nuovamente il calore sulla mia pelle. Potrò parlarti e raccontarti la mia vita, vuota e inutile senza di te. Staremo per sempre insieme. Nulla e nessuno potranno tenerci separati. Ci fonderemo e diventeremo una sola entità, libera dalla quotidianità e dalla volgarità. Tu bello e voluttuoso, io inerme verso la tua maestosità. Mi assopisco per qualche minuto, lo scorrere del tempo mi tormenta. Guardo dal finestrino una sequenza d’immagini senza senso, sembrano uscite da una vecchia pellicola cinematografica riavvolta velocemente. Non voglio vedere nulla che non sia tu. Osservo dei gabbiani in volo che presagiscono la mia visione. Il treno entra in una galleria, chiudo gli occhi e ascolto il rumore assordante dell’aria schiacciata sulle pareti di roccia. Immagino quello che mi aspetta, i battiti del mio cuore aumentano vertiginosamente e sento violente contrazioni allo stomaco. Sono digiuno, ma non è fame, non è il mio istinto primordiale che ricerca cibo per sopravvivere; sono emozionato, turbato dal respiro affannoso.
Il rumore si attenua ed io apro gli occhi. Secchi di vernice inondano le mie pupille; sono confuso da tanta bellezza.
La stazione ferroviaria è annunciata da una voce metallica, mi precipito davanti alle porte di uscita. Il treno finisce la sua corsa, io inizio la mia. Punto lo sguardo davanti a me e inizio a spogliarmi. Il contatto deve essere perfetto, voglio essere accarezzato da quelle onde sinuose. Fusione completa e istantanea. Nudo mi tuffo tra la cresta e il ventre di quella carezza che lui mi porge. Siamo una cosa sola. Oggi è un giorno qualsiasi di anno qualsiasi. Vedo cime innevate e spiagge deserte, non sento freddo perché sono avvolto da calde onde di seta. All’orizzonte vedo nubi nere, nubi di burrasca. Non ho paura, non ho mai avuto paura; quando sono dentro di te mi sento protetto e amato. Sento la tua voce dolce sussurrarmi parole di desiderio. Anche tu sei gratificato dal mio contatto fisico, lo percepisco, lo sento…
Dopo aver appagato le nostre necessità materiali, i nostri bisogni fisici, decido di uscire dalla tua alcova e di osservare lo scorrere del tempo contemplando la tua bellezza, la tua sinuosità. Mi siedo sulla spiaggia a gambe incrociate e poggio entrambe le mani sulla sabbia. Anche lì sento il tuo potere ammaliante di seduzione. Sei bello, ti mostri in tutta la tua spettacolarità. Vedo onde in lontananza, le sento avvicinarsi come tenui vagiti umani, piccole e indifese. Si prostrano a me con tutta la loro forza e bellezza nell’attimo in cui il culmine raggiunge la sua massima levatura. Mostri di rara bellezza, di forme sempre diverse, possono donare felicità mostrando la loro possanza o dolore eterno per il loro incontrollabile vigore. Ti calmi, ti agiti, ti offendi se volgo il mio sguardo, mi regali meraviglie per compiacermi o doni di morte per spaventarmi. Il vento, tuo mentore, si agita e soffia sulla tua pelle segnali di tempesta. E’ lui l’unico che riesce a modellarti e controllarti, l’unico che ha il potere di gonfiare o reprimere i tuoi tumulti. Tu eccitato e contento pregusti il dolore fisico che scaturirà dalla sua spinta dentro di te. Ti schiaccerà contro le rocce e ti renderà protagonista di racconti di morte e di orrore. Quando pago dei sensi smetterà di agitarti ti renderà ingordo di armoniose note, mistiche parole, colori inverosimili e sacre promesse d’amore per l’eternità.
Mi alzo in piedi preda del terrore per quello che sta avvenendo. Onde gigantesche travolgono tutte le imbarcazioni, case costiere distrutte da dardi penetranti, dapprima duri come granito e poi semplici gocce d’acqua. Attorno a me vedo sgomento e distruzione. Sento le urla di goduria del vento fomentare la potenza del mare; lui gode mentre si mostra al mondo come una danzatrice satanica, sensuale e pericolosa, carnale e dissoluta. Dominatrice suprema dei sensi dell’essere umano, smisurata e infinita voluttà. La fine della mia vita terrena è vicina, finalmente sarò libero di esistere in una nuova dimensione, in un nuovo legame ancestrale insieme alla madre di tutte le vite.
Osservo sbigottito che le onde mi evitano, s’infrangono ai miei lati senza bagnarmi. Ora ho paura. Perché mi eviti? Perché non mi vuoi? Non puoi essere così crudele. No! Non puoi… non devi!
Guardo su verso il cielo con le braccia distese e rivolte verso l’alto. Una dolce pioggia intermittente mi bagna il volto e confonde le lacrime. Urlo di rabbia, un ruggito animale che contrasta il rombo della tempesta. Terminate le energie m’inginocchio e osservo il mondo circostante che cade a pezzi, spazzato via dalle furie della natura. Le nuvole grigie cominciano a roteare con violenza estrema, sempre più veloci. Il mare si alza e si dirige verso di me. Bellissimo e affascinante inizia una danza conturbante e suadente; intravedo sembianze umane nelle sue moine, un essere inverosimile, metà uomo e metà donna. Occhi di ghiaccio, capelli scarmigliati, seni prorompenti e possenti gambe. Mi guarda, mi sfiora, mi accarezza ma non vuole concedersi. Sento che la mente mi sta abbandonando, sento la mia lucidità venir meno. Potrò impazzire senza di te. Prendimi ti prego, non puoi lasciarmi vivere così.
Affondo le mani nella sabbia e trovo una pietra scheggiata. Chino il capo e con uno spigolo arrotato dal tempo, incido con violenza i miei polsi. Il sangue esplode verso il mio corpo nudo e disegna rivoli di morte. Alzo lo sguardo per cercare i tuoi occhi e vedo un corpo inanimato muoversi lentamente.
La tua grazia è svanita, la tua sensualità è morta, la tua carnalità dimenticata. La sabbia asciutta sotto il mio corpo si tinge di rosso, un colore che può essere allo stesso tempo evocativo di sfrenata lussuria o morte brutale e crudele. Ho sonno, un senso di pace assoluta pervade il mio corpo; i suoni diventano affievoliti e le immagini sfuocate. Ti sento ridere, mi beffeggi, forse hai ottenuto quello che volevi. Sento la morte chiedere la mia anima mentre un ultimo sussurro esce dalle mie labbra sorridenti:
«Io ti odio… maledetto… amore mio…».

#StoriaDiUnUomoPiccoliSogni - La gara

#StoriaDiUnUomoPiccoliSogni - La gara

Tratto da una storia vera.

-Sinossi-
Una gara per la vita o la vita per una gara? La conversione di un uomo ambizioso e spregiudicato che infrange la sua gloria contro la dura realtà della vita. Serve un cambiamento definitivo. Servono cuore… e amore divino.

-La gara-
«Ancora sveglio!».
Mi giro su di un lato, la luce fioca della strada m’infastidisce. Mi rigiro dall'altro lato, mia moglie russa. Prono, supino. No! Ora anche la spalla destra con il solito, atroce, dolore. Maledetta bicicletta è per questo che ti ho abbandonato…
Discesa molto ripida, lunga e piena d'insidie. Un percorso per professionisti. La mia bici non era adeguata ma lo feci ugualmente; non potevo esimermi dal mettermi in competizione. Panorami mozzafiato e vegetazione lussureggiante avrebbero potuto far diventare pittore un imbianchino. Io ero solo, in mezzo alla natura e con la massima concentrazione. Le ghiandole surrenali lavoravano al 120% e scaricavano adrenalina come se piovesse. Ero eccitato e impazzito dalla gioia; eppure non avevo sniffato come durante alcune gare di atletica. Non gareggiavo più perché il mio cuore cominciò ad avere dei problemi. Durante un controllo cardiaco di routine, si evidenziarono delle extrasistoli. L’esame ECG Holter sentenziò una prima condanna; la botta definitiva fu data dall’ECG sotto sforzo: prolasso telesistolico parcellare del lembo posteriore della valvola mitrale. Per dirla breve, forse l’età, forse un difetto genetico, forse le troppe sostanze… dovetti, mio malgrado, smettere forzatamente di correre da atleta professionista. Non ero mai stato un vero e proprio talento; riuscivo, però, ad ottenere ottimi risultati con sostanze che sarebbero dovute rimanere sconosciute al mio corpo. Con furbizia e destrezza mi prendevo gioco di quelli più forti di me; godevo di questo.
Mentre ascoltavo il dolce suono delle ruote sul terreno, cominciarono a farmi male gli avambracci e le mani. Sentii un crampo improvviso e dovetti abbandonare la presa sulla leva dei freni posteriori. Raggiunsi una maggiore velocità perché non potevo rischiare di ribaltarmi usando forzatamente il freno anteriore. Vidi un fosso enorme, largo circa un metro, e un macigno alla sinistra del sentiero che ostruiva quasi completamente la strada. La scelta doveva essere rapida e sicura. La mia bici non aveva una struttura ammortizzante tale da permettermi di entrare nel fosso, senza conseguenze nefaste. Mi trovavo in quella situazione perché qualche metro prima avevo fallito l'ingresso su di una rampa; tale percorso era necessario per andare oltre gli ostacoli, diciamo così, in sicurezza. Realizzai, istantaneamente, che non sarei riuscito a fermarmi in tempo utile perché anche all'altra mano cominciarono a farsi sentire i crampi. Decisi di virare verso il macigno e di infilarmi in quei pochi millimetri che lo separavano dal fosso. Fatto. La parte principale della bici era passata, ora bisognava fare il resto. Ci volle un milionesimo di secondo, ma fu eterno. Il terreno davanti all’enorme sasso era completamente fangoso. Sembravano sabbie mobili. La bici ebbe un sussulto verso destra perché dovetti tenere all'insù il pedale sinistro, onde evitare di farlo sbattere su quel muro bianco arrotondato. La ruota anteriore s'inabissò e la parte posteriore della bici sbandò inevitabilmente verso sinistra. Il cerchione posteriore urtò violentemente contro una sporgenza del macigno ed io fui sbalzato dalla bici. Non avevo indossato il casco di protezione perché volevo sentire il vento nei capelli. D’istinto misi le mani sulla testa per proteggerla; atterrai con tutto il peso del corpo sulla spalla destra. Il colpo fu violento e subii una frattura della testa omerale. L’atletica era già finita… la bici non poté mai cominciare, il tarlo della depressione iniziò il suo lavoro.
Convivo da molti anni con i postumi di quell’incidente. Il dolore è costante. A volte spietato durante il giorno, di solito sopportabile la notte. Oggi no! Non oggi, non è possibile. Devo dormire! Ho smesso con il doping, non voglio neanche un semplice antidolorifico. Sono arrabbiato, con un colpo di schiena mi sollevo dal letto come Linda Blair nel celebre film, e compio un giro di 180° su me stesso. Atterro a pancia in giù sul materasso, abbraccio il cuscino e comincio a contare i metri che mi separano dal traguardo: uno, due, … quarantaduemilacentonovantaquattro. Basta, ora dormo e basta. Mi concentro, spengo il cervello; sono sempre io il più forte! La sveglia risuona una delle mie canzoni preferite: Une belle histoire di Michel Fugain. Nonostante le poche ore di sonno, sono fresco e riposato, mancano solo tre ore alla partenza. Bicchiere d'acqua e prima tazzina di caffè. Penso al check-list della sera prima: scarpe, calze, pantaloncini, maglietta, sottomaglietta, cronometro da polso, auricolari, mp3, batterie nuove, cappellino. Sento un forte dolore al tendine di Achille del piede destro. Erano due settimane che non mi faceva male. Decido che deve diventare solo un leggero fastidio. Sarà la tensione, sono agitato, ho la tentazione di spalmare un gel. Non voglio neanche quest’aiuto. Mi sento più tranquillo solo dopo essermi concentrato, solo dopo aver pensato ai sei mesi di sacrifici, e ai sei mesi prima dell’inizio dei sacrifici, quando ero preda della depressione. Scelgo di svegliare mia moglie facendo attenzione ai rumori; per adesso è meglio lasciar dormire ancora i figli. Devo rimanere concentrato. Chiedo alla mia dolce metà se mi prepara qualche biscotto con la marmellata mentre io comincio la vestizione, come durante le sedute di allenamento. Ogni volta che eseguo questo rituale, penso ai toreri, alla loro cura morbosa dei particolari. Quando entrano nell'arena, sembrano onnipotenti, come Dei dell'Olimpo. E' una sfida per la morte, battaglia senza senso, ma necessaria per la sopravvivenza dello spirito. Vincere o morire, non puoi fare altrimenti. La maratona va corsa tutta, fino in fondo, sempre e comunque. Non è come le altre gare. Ogni volta succede sempre qualche cosa di mistico. Mangiare il frutto della fatica, godere della sofferenza patita, diventano meravigliosa ricompensa per la soddisfazione di avercela fatta. Andare avanti oltre il dolore e superare l'ennesimo km, rafforzano la mente. Oggi, dopo ogni gara, finalmente ‘pulita’, sento di essere più vicino alla sublimazione dei sensi, al raggiungimento della perfecta caritas. Difficile da spiegare, ma facile da capire se si prova almeno una volta; dopo non puoi più farne a meno.
Consumo con calma la mia colazione, altro bicchiere d'acqua e seconda tazzina di caffè. Controllo le stringhe delle scarpe, doppio nodo e infilo il fiocco sotto l'allacciatura delle stringhe. Laccetti del pantaloncino non troppo stretti, meglio evitare i mal di pancia. Attacco il pettorale al centro della maglietta con le spille da balia, una per ogni lato. Indosso il cappellino con visiera e saltello a piedi uniti per verificare la tenuta delle scarpe. Sono pronto. Faccio stretching mentre il resto della truppa si prepara per accompagnarmi alla partenza, poi entro in macchina e cerco di rilassarmi mentre ascolto il notiziario.
«…incidente d'auto che ha coinvolto un carrello porta cavalli. La bestia ne è uscita indenne ed è scappata verso la collina; un gruppo di uomini si sono messi al suo inseguimento». Che strana coincidenza, mi sembrò di rivivere una delle mie più belle vittorie…
Un giorno, nella mia maturità solo fisica e dopo essermi fatto una canna, correndo in una ripida salita a tratti asfaltata e a tratti no, fui sorpassato da un cavaliere in sella ad un cavallo pezzato Overo; chiazze marroni e enorme testa bianca. Sembrava essere uscito da un film western. Lui mi guardò con il sorrisetto beffardo stampato sul viso; il cavallo nitrì e sbuffò. Dovevo spostarmi per farlo passare. «Azz» gli dissi, condito con un bel «NO!». Conoscevo molto bene quel percorso, sapevo che dietro la prossima curva la strada proseguiva fino alla sommità con uno strato di asfalto consumato, per qualche centinaio di metri. Guardai il cowboy, fissai il cavallo, sputai a terra con disprezzo e feci cenno con la mano destra di seguirmi; avevo sfidato il cavaliere in singolar tenzone, ma la mia vera sfida era con il cavallo. Mi misi a correre con tutte le mie forze e fui subito superato. Li raggiunsi poco prima della cima della salita e li superai di slancio perché il cavallo pattinava maldestramente sull’asfalto liscio. Il cavaliere, dapprima accennò una rincorsa colpendo l’equino all'addome con i tacchi degli stivali, poi decise di non continuare per evitargli traumi alle zampe. Ero riuscito a battere anche un cavallo, non potevo crederci. Anche questa vittoria fu frutto di un inganno.
Quel pensiero mi diede nuova forza e determinazione:
"Da oggi nessuno stratagemma, nessun aiuto esterno, nessuna furbizia!".
Giunti alla partenza saluto con un solo bacio spedito nel vento, moglie e quattro figli. Non posso sprecare nulla. Anche una sola piccola molecola di energia può fare la differenza. Cerco di essere leggero il più possibile. Nell'arco di un'ora mi reco nei bagni chimici a far pipì almeno sei volte, e tutte le minzioni durarono svariati secondi. Per la tensione inghiotto continuamente saliva e non bevo. Cerco di partire elastico e scattante. Voglio essere lì davanti a tutti quando sarà dato lo start alla partenza. Voglio vedermi sulle foto dei quotidiani. Il tempo passa inesorabile, mancano pochi minuti per l’inizio della gara. Tutti gli atleti corrono e fanno esercizi di riscaldamento. Io mi concentro e ricordo mentalmente il percorso; cerco i punti deboli, le salite e le asperità del terreno. Tutto deve essere perfetto. Il toro non fa sconti.
BANG! Partiti. Primo km abbondantemente sotto il mio tempo medio. Devo rallentare, ma non posso. Le gambe vanno veloci, sono elastiche, non ho il fiatone. Al primo ristoro prendo una bottiglietta d'acqua, controllo il cronometro e decido di rallentare per abbeverarmi. Comincio a sentire qualche doloretto al ginocchio destro; sarà lo stesso di tre mesi fa? Dopo un po' scompare ma avverto un dolore al polpaccio sinistro. Con calma arrivo al secondo ristoro e questa volta prendo dei pezzi di frutta. Potassio e sali minerali sono necessari per evitare i crampi. Continuo senza pensare ulteriormente a tutti i vari doloretti che si rimbalzano da una parte all'altra del mio corpo. Anche la spalla inizia a farmi male, ma questo davvero non mi preoccupa perché l'arto non è necessario per terminare la gara. Arrivato al 25° km, inizio a sentire dolore sia al tendine del collo del piede sinistro che al tendine di Achille del piede destro. A ogni spugnaggio e ogni ristoro decido di fermarmi qualche secondo per bagnarli con acqua fresca e alleviare la sofferenza. La musica del mio lettore mp3 comincia a diventare fastidiosa, il volume troppo elevato fa a pugni con la stanchezza. Decido di staccare gli auricolari dalle orecchie e di infilarli nella maglietta interna. Dopo un po' cominciano a darmi fastidio; li riattacco all'orecchio e fortunatamente entrano nella playlist randomica una serie di brani dolci e pieni di parole da ascoltare. Questo mi è sufficiente per dimenticare i dolori e andare avanti. Intanto sono superato da un atleta con un palloncino giallo attaccato alla maglietta e con un seguito di persone che gli corrono dietro: un pacer. Leggo il tempo scritto sul palloncino e noto che se li seguo posso fare il mio personal best time. Ci provo. Ristacco gli auricolari e questa volta li tengo nella mano sinistra. Cerco di scambiare due chiacchiere veloci con i compagni di avventura, ma loro stanno peggio di me e arrancano. Intravedo il cartello dei 37 km. Decido di bruciare tutte le mie energie residue e abbandono il gruppo. Li stacco notevolmente e poi riprendo il mio ritmo. Sono solo. Davanti il vuoto e dietro gli inseguitori. Mi piace la competizione. Non voglio farmi raggiungere. Esagero, continuo stringendo i denti e le mani. Rompo gli auricolari e per disperazione li getto a terra vicino a un contenitore della spazzatura. Vedo il cartello dell'ultimo km e mi dico: «è finita». Povero illuso. La parte più difficile doveva ancora arrivare. Crollo, sento le gambe molli e nello stesso tempo i muscoli irrigiditi. Non riesco più a muovermi, mi accascio al suolo e comincio a piangere dalla disperazione. Vedo il tempo sul cronometro e realizzo che manca pochissimo per superare il tempo massimo che mi ero prefissato. I secondi passano veloci, inesorabili. Mi sento come un pugile che arranca mentre l’arbitro conta la fine drammatica del match. Mi alzo, cerco di trascinarmi, di attaccarmi a ogni cosa pur di rimanere in piedi. Arrivo con fatica agli ultimi 200 metri. Basta! Il mio corpo dice basta. E' finita. Mi stavo ritirando con il traguardo a portata di mano, lì in fondo alla strada. Fu una sensazione difficilmente descrivibile, una situazione mai provata prima. La stessa cosa che succede a un'automobile quando rimane senza benzina. Non c'è nulla da fare. Si può solo spingere; ma pur trovando qualcuno che mi avesse spinto, lo avrei scacciato in malo modo. Non sarebbe stata la stessa cosa, questa volta, quest’ultima volta, dovevo farcela da solo. Pensai alla freccia del sud; non quella ferrata ma quella di carne e ossa; puro spirito di sacrificio e forza di volontà. Nessun aiuto esterno, nessun vantaggio artificiale; un vero Uomo pulito. A un tratto arrivano due atleti, mi vedono barcollante e quasi privo di sensi. Mi danno una gran botta sulla spalla, quella dolorante: «dai, muoviti, non puoi mollare adesso». In altri momenti avrei urlato a squarciagola per il forte dolore; oggi non sento nulla, non ho più sofferenze fisiche. Sento un risveglio improvviso; vedo Alain Prost zigzagare con la sua auto per ripescare un fondo di benzina. Mi dò una violenta scrollata anch'io. I miei reni, sballottati, agitano le preziose ghiandole che li sovrastano, costringendole, in modo autonomo e senza controllo mentale, ad emettere un'ultima, definitiva e determinante, razione di ormoni. Ricomincio a correre. Taglio il traguardo e ottengo il mio obiettivo. C’è l'ho fatta. Dolci lacrime sovrastano il sapore acre del sudore. Piango e urlo dalla gioia. Avevo dimenticato quanto è bello il sapore della sincerità. A casa ripulisco anche la parte esterna del mio corpo, ceno e mi metto a letto: questa volta non ho barato. Ho vinto la mia gara, ho vinto la mia vita. Sono diventato un Uomo nuovo.

#StoriaDiUnUomoPiccoliSogni - Brunilde

#StoriaDiUnUomoPiccoliSogni - Brunilde

Tratto da una storia vera.

-Sinossi-
Piccola, paffuta, non molto bella, naso a patata, grandi occhi e orecchie a sventola. Non ha vizi, né virtù; l'essere umano non ha segreti per lei. Rifiuta l'utopia di un mondo migliore perché non le appartiene.

-Brunilde-
Chi sono io? Nessuno… Rabbiosa? Mai! Sempre calma e tranquilla, metodica e soprattutto furba...
Furba, si! Altro che cavallo di Troia. Odysseo in confronto era un mediocre stratega. Probabilmente ebbe anche un suggeritore quando ideò lo stratagemma per riprendere quella Elena di Troia!
Dieci anni di guerra, tutti disposti a morire per lei; ma chi si credeva di essere? La principessa sul pisello? Voglio subito mettere in chiaro che io penso da sola, agisco da sola e controllo tutto da sola. Sempre!
Non ho bisogno di nessuno, e di nessun Nessuno che mi venga a salvare.
Non vedo la tv, non ne ho bisogno. Ascolto la radio come sottofondo della mia vita, mi piace tutta la musica. Alle ore stabilite ascolto i notiziari, tutti. Devo sapere cosa succede nel mondo. Non mi sono mai sposata né avuto figli. Non lavoro perché non ho tempo. Vivo nella stessa casa in cui sono nata; mia madre è morta quando avevo 45 anni. Mio padre l'ho seppellito 8 anni prima. Oggi vivo con una
pensione sociale; pochissimo, ma a me bastano. Non ho vizi o virtù. Sono semplice, abbastanza colta; anche se non ho frequentato la scuola, ho comunque sempre studiato. Forse una virtù infondo me la
riconosco: la memoria. Tanta memoria da far impallidire il direttore tecnico di un ced come quello della NASA o del CERN. Mi ricordo tutto quello che vedo e che ascolto. Io ho bisogno di vedere e ascoltare per vivere. Sono la mia linfa, la mia stessa ragione di vita. Non saprei fare altro.Osservo, sento, scruto, noto, controllo! Qualcuno lo deve pur fare. Guardo i particolari della gente. Come si muovono, come si vestono… Come si vestono e come si spogliano! Mi piace vederli mangiare, sentirli discutere, osservarli mentre dormono sul letto, anche se non dormono.
So tutto di tutti. Potrei passare ore intere a spettegolare, raccontando vizi e virtù dei miei vicini. So quando si svegliano, cosa mangiano a colazione, sempre che riescano a farla. Ci sono dei vicini dirimpettai che corrono, corrono e si recano al lavoro solo con una piccola tazzina di caffè. La sera poi recuperano alla grande. Certo non è una buona abitudine, ma a me fa comodo riempire il mio tempo vedendoli ingurgitare voracemente pasta asciutta, pane abbrustolito, carne bruciata, qualche boccale di birra sgasata, frutta secca, dolci, caffè e ammazzacaffè! Sembrano dei maiali ai quali è stato appena comunicato che possono interrompere la dieta.Mi sveglio presto la mattina, anche e soprattutto le domeniche. Non posso perdermi l’atleta in vestizione. Qualche volta, specie d’estate, mi sono purtroppo perso la parte più folkloristica del suo abbigliamento: le mutande. Ancora non ho capito se le colleziona lui oppure è un vizio della moglie, fatto sta che le sue grazie sono volgarmente ricoperte da tessuti leopardati con macchie in parte grandi e con colori inverosimili. A volte, con il mio piccolo binocolo, riesco a leggere proprio lì, nel punto più prezioso sia per gli uomini sia per le donne, nomi di supereroi. Quella più divertente che ho visto aveva disegnato, proprio al centro delle natiche muscolose, un fungo atomico. Forse propedeutico per andare più veloce quando si è stanchi, durante una gara di atletica.
Il vicino più curioso ha un cane di taglia medio grande che produce molto fertilizzante. Non ha orari ben precisi, quando ha voglia di depositare gli scarti della sua alimentazione, lo fa e basta. Non segue un filo logico territoriale, inonda tutto il giardino, il viale di accesso all’abitazione e la stessa porta d’ingresso, con liquidi ed escrementi in parte solidi e consistenti. Al padrone sembra non dispiacergli, forse si somigliano nell’igiene, o forse ritiene il cane molto intelligente perché gli concima gratis tutto il terreno per l’orto e i vasi con le piante fiorite. Durante il periodo estivo riescono anche ad allontanare le
zanzare. Con la mia super macchina fotografica ho avuto la fortuna di fotografarne una mentre volava inorridita verso una cloaca otturata. Le sue zampette anteriori erano congiunte in avanti e comprimevano fortissimamente il sistema di puntamento olfattivo. Nei suoi occhi riuscii a leggere una
grave smorfia di dolore, panico, paura, sbigottimento e terrore; non mi sono mai sfuggiti anche i più piccoli particolari.
A me quell’odore non dispiace perché vivendo in una casa molto piccola, quando mi affaccio alla finestra, specie d’estate con il gran caldo, sento odori familiari e mi sembra di stare nel mio salotto...
Osservo però che il passeggio delle persone nei dintorni della mia abitazione avviene troppo velocemente nelle giornate molto calde. Non riesco a focalizzare i vestiti, le scarpe, i capelli, o sentir le loro chiacchiere. Ho provato a scattare delle foto a qualche passante, ma avrei bisogno delle stesse apparecchiature usate negli autovelox delle piste di Formula 1. Il microfono direzionale telecomandato
nascosto nel portone d’ingresso, riesce solo a registrare qualche lettera senza senso…
C H P Z Z D M R D.
Nelle giornate più fredde, invece, tutti camminano lentamente, passeggiano e qualche volta alzano lo sguardo per salutare. Io mi sono attrezzata con due vecchi cuscini. Ho creato due tubi cucendone le estremità per la loro lunghezza; infilo le braccia dentro e posso stare sul davanzale della finestra anche per dodici ore di fila, senza farmi venire le piaghe agli avambracci.
Memorizzo i soggetti più interessanti, prendo appunti e poi confronto nei giorni successivi la loro fantasia nel vestirsi, il nuovo taglio di capelli o qualche nuova otturazione dentale. Nei miei occhiali ho impiantato una macchina fotografica e una videocamera; una sulla stecca di destra e una sulla stecca di
sinistra. Al centro una videocamera a raggi X di mia invenzione che mi permette di vedere attraverso i vestiti. Quest’ultima la sto collaudando, anzi, perfezionando perché a volte le immagini delle trasparenze non sono così evidenti. Io mi accontento lo stesso perché come dice un vecchio proverbio
inventato da un mio antenato: a volte è meglio non vedere e immaginare di aver visto, piuttosto che aver visto e non aver immaginato niente.
Le mie radici sono molto antiche. I miei avi Longobardi già avevano capito quanto era importante avere dei punti di osservazione, dei posti di guardia, dei wardon. Tutto quanto accadeva nei dintorni era controllato e monitorato da esperti guardoni. Il più bravo di tutti, il più famoso di tutti i tempi, è stato il mio bis-bis-bis-bis-bis-bis-bis-bis-bis-bis-bis-bis-bis-bis-bis-bis-bis-bis-bis-bis-bis-bis-bis-bis-bis-bis-bis-bis-bis-bis-bis-bis-bis-bis-bis-bis-bis-bis-bis-bis-bis-nonno, il grande Wardono.
Da piccolo, appena nato, fu poggiato sul davanzale della finestra di una postazione di guardia per qualche istante e subito si accorsero che era perfetto per fare quel lavoro, anche perché appena vedeva passare qualche persona sospetta, urlava a squarciagola. Non terminava mai di urlare finché non si
osservava l’assoluto silenzio. Wardono non andò mai via da quella postazione fin quando non ne fu costretto dopo una tremenda sconfitta per opera dei Franchi di Carlo Magno. Scappò, senza mèta; non conosceva nient’altro che la sua postazione di lavoro. Decise di andare verso il sorgere del sole, fino a quella terra che ora si chiama Indonesia. Fece, per fortuna, appena in tempo ad ingravidare una donna bellissima da cui nacque la mia bis-bis-bis-bis-bis-bis-bis-bis-bis-bis-bis-bis-bis-bis-bis-bis-bis-bis-bis-bis-bis-bis-bis-bis-bis-bis-bis-bis-bis-bis-bis-bis-bis-bis-bis-bis-bis-bis-bis-bis-nonna Teodolinda.
Per circa quaranta generazioni questa storia è stata tramandata fino a me come le tradizioni orali dei griot africani.
Dal condominio in cui abito, al terzo piano, riesco a vedere centinaia di abitazioni. Il posto è molto bello perché pieno di verde, con comode panchine e qualche casetta al piano terra con giardino. Zona semicentrale, con bellissimi mega complessi di residenza popolare e tante attività commerciali tra le più
variegate. Alimentari, mercerie, bar, agenzie di assicurazioni, scuole guida, circoli ricreativi, sale giochi, giochi d’azzardo, cinema porno, postazioni di spaccio, reclutamento giovani disoccupati senza famiglia e centro internazionale di intelligence terroristica. Quest’ultima attività è poca nota, credo di essere l’unica a saperlo. Quasi tutte le notti vedo bellissime donne, bellissime donne-non-donne e bellissime donne-non-più-uomini che passeggiano spensierate; chiacchierano tra di loro e fanno calorosi saluti ad automobilisti di passaggio. Mi piace moltissimo quest’andirivieni di persone. Riconosco le auto e le targhe. So chi sono i clienti abituali e quali sono le mercanzie più richieste. Quella roba bianca che dà eccitazione so benissimo da dove viene e dov'è nascosta. Sento tutto e so tutto! So chi ruba nei negozi, a che ora e cosa usano per aprire le saracinesche. So chi entra negli appartamenti per svaligiarli.
Conosco i genitori di quei ragazzi che fanno gli scippi. Ho scoperto da quali finestre arrivano quei mugolii emessi da esercitanti attività lavorativa procacciata di notte per strada; conosco i loro protettori, le mogli dei mariti clienti e i mariti delle mogli lavoratrici. Mi sono noti i grossisti di polvere bianca.
Qualche volta, casualmente, ho intercettato delle conversazioni telefoniche (sempre con il mio super microfono direzionale) relative a costi di gestione extra per appalti pubblici.
Mi appassiona vedere i piatti volanti dei coniugi anziani del quarto piano, scala b palazzo nove, quando litigano perché la pasta è scotta, oppure il vino è annacquato; gli schiaffi alla nonna perché non vuole mollare il telecomando della tv; le telefonate sexy della casalinga quando il marito esce da casa; il
reggicalze del direttore di banca; la dentiera del dentista; i filmini dell’industriale; gli amplessi della moglie dell’industriale; i rotoli di grasso dell’avvenente insegnante quando si toglie la panciera; le bottiglie di vodka dell’impiegato depresso; la refurtiva dello scippatore; le scarpe nuove che il buon padre di famiglia ostenta ai figli che invece hanno le scarpe rotte...
Psicopatici, pedofili, tossici, assassini, ladri, truffatori, zoccole, puttane, troie, finti politici, bugiardi e omm 'e mmerd. Li conosco tutti. Superbia, avarizia, lussuria, invidia, gola, ira, accidia. Vizi, peccati e peccatori potrebbero essere eliminati…
Ma poi... io... che faccio? Come vivo?

#StoriaDiUnUomoPiccoliSogni - Mobbed

#StoriaDiUnUomoPiccoliSogni - Mobbed

Tratto da una storia vera.

-Sinossi-
Un uomo rimasto solo e vittima del branco, riuscirà a porre fine alla sua lenta agonia? In una notte magica tutto può accadere, anche l'impossibile...

-Mobbed-
Mancavano meno di due mesi per la festa più bella dell'anno; bambini ragazzi e adulti erano affannati nella disperata ricerca della maschera più mostruosa da indossare quella sera, e per tutta la notte. Una notte magica e terrificante. Ricordi ancestrali di realtà vissute o leggende immaginate. Il vento freddo di tramontana sferzava i palazzi, piegava le persone e aveva costretto gli amministratori di quella ridente città ad anticipare l'accensione degli impianti di riscaldamento, domestico e aziendale.
Rocco, alias Cicciobello, rientrò in ufficio dopo la pausa pranzo; sembrava di essere come in una sauna o peggio, un bagno turco, essendoci dei vapori caldi che aleggiavano all'orizzonte, proprio di fronte la porta d'ingresso, nell'area break. Guardando il termostato situato al centro dell'open space, notò che segnava una cifra assurda:
"Ventisette gradi... Fortuna che oggi non ho indossato il maglione, anche se fuori siamo a -2".
Si tolse il soprabito e lo appese alla sedia, l'appendiabiti era situato nella zona off-limits. Guardò miseramente la parte inferiore del suo indumento ondeggiare sul pavimento sporco e, sempre con lo sguardo basso, azzardò un'assurda richiesta ai commensali: "Scusate, è possibile abbassare un po' la temperatura?". E pensò: "Pezzi di merda che non siete altro?". Solo Andrea, che sembrava essere il più gentile, ma non per questo migliore degli altri personaggi del branco, esclamò: "Perché? Hai caldo, bambolino? Noi qui stiamo benissimo! Vero ragazzi?". Risate sguaiate e cori da stadio fecero tutt'uno con la poltiglia che avevano in bocca. In terra ora sembrava di essere come in un porcile, con dei suini poco inclini
verso l'igiene. La vittima fece un sorriso di circostanza e si sedette, stanco, alla sua postazione di lavoro.
Dopo appena tre minuti, arrivò il capo ufficio e gli consegnò del lavoro da terminare il prima possibile perché il cliente stava aspettando una risposta da alcune ore.
"Scusa Giorgio, ma io ancora non ho finito quell'altro lavoro...".
"Quindi? Questo è! Punto. E vedi di sbrigarti stasera abbiamo una festa, la festa dei morti viventi!".
"Ma perché? Non fumo, il mio alito non puzza e mi lavo regolarmente i denti, uso suole profumate per le scarpe, mi cambio gli abiti ogni giorno scegliendo sempre i più adatti alle circostanze, cerco di essere simpatico, lavoro... anche per gli altri, faccio le ferie quando me le ordinano e non chiedo permessi, non mi ammalo mai, non sono iscritto al sindacato o qualche partito politico, sono laureato, leggo molto, seguo la politica italiana e quella internazionale. Amo Dio e cerco di essere un buon Cristiano, anche se a volte mi chiedo il perché. Tutta questa cattiveria mi fa schifo! Ora lo rispondo a tono! Gli faccio vedere io di cosa sono capace!".
Si alzò con l'esigenza di andare in bagno, ogni volta che succedeva una situazione simile, diventava incontinente. Continuò nei suoi pensieri sperando di avere, un giorno, la forza di aprire la bocca per emettere quei suoni liberatori. Ebbe un sussulto guardando fisso in faccia il suo capo. Forse era la volta buona.
"Ma se la cosa è così urgente perché non lo dici a quegli stronzi, maiali affamati che mangiano in ufficio oltre l'orario di pausa pranzo e che non potrebbero nemmeno farlo perché è vietato?".
Come il solito dalla bocca semiaperta non uscì nessuna consonante o vocale, forse anche loro spaventate per la reazione che avrebbero potuto causare. Fece finta di aggiustarsi la sedia, si risedette e si rimise al lavoro. Finì tutte le attività che gli erano state assegnate, chiuse le porte dell'ufficio e si ritirò miseramente a casa. I figli e la moglie lo aspettavano per la cena, ma la cena, come quasi tutte le sere, era diventata fredda e di cattivo odore.
I figli dormivano e la moglie si era addormentata davanti al televisore; un signore in giacca e cravatta cercava di spiegare le basi della fisica quantistica.
Mangiò senza volerlo, assorto nei suoi pensieri cupi, senza un futuro e senza soluzioni per i suoi problemi. I figli che adorava, solo nella sua mente, avevano smesso anche di cercarlo. Quando gli parlavano dei loro problemi, così ridicoli per essere presi sul serio, li zittiva con ferocia e lessico da portuale, o silenzi assoluti, che erano peggiori delle parolacce. Non ricordava recite scolastiche o attese per colloqui con gli insegnanti. Lo sport dei figli lo conosceva solo quando s'infortunavano. In quelle occasioni urlava e sbraitava perché loro non potevano permettersi dottori costosi, quindi nessuno aveva il diritto di farsi male; il lavoro era precario e poteva perderlo da un giorno all'altro.
Che cosa avrebbero potuto fare, loro, al posto suo? Rispetto, dovevano solo portare rispetto per chi portava sulle spalle tutto il peso della loro esistenza! Ripeteva sempre la stessa litania ogni volta che ne aveva occasione: Natale, Pasqua e compleanni compresi.
Intanto fuori i bambini continuavano a bussare il campanello di tutte le case del vicinato, con la speranza di ottenere caramelle e la certezza di spaventarne gli abitanti. La sua casa non era disponibile per quei divertimenti. Erano sette anni esatti dalla morte del suo migliore amico. Una notte di Halloween magica e perversa se lo aveva portato via in modo drammatico e sfortunato.
La rabbia e la tristezza che stava provando non riuscivano neanche a scalfire la solitudine e la depressione causatagli dalle vicende lavorative. Mentre masticava senza sentirne i sapori, si accorse di avere le guance bagnate. Un rivolo d'acqua colò sulla tovaglia, la vista, già persa nello sguardo vuoto, gli si annebbiò; sentì un forte bruciore, poi cominciò a singhiozzare tappandosi la bocca con le mani, per non svegliare nessuno della famiglia. Il suo cane, un bastardino trovato tanti anni prima abbandonato nei rifiuti, orami vecchio e prossimo alla morte, strisciò fino a suoi piedi. Erano mesi che non si muoveva; spesso rantolava e dava l'impressione che fosse giunta la sua ora, ma era sempre lì, immobile e fiero, come sempre. Raggiunse i suoi piedi, ne annusò l'odore e con estrema determinazione si alzò prima sulle gambe posteriori e poi su quelle anteriori. Poggiò la parte inferiore della bocca sulla sua gamba e cominciò a lacrimare dagli occhi. Incrociò lo sguardo del suo padrone e iniziò una lenta litania di dolore. Billy da quando si era ammalato non si era mai lamentato, mai un'occasione in cui avesse potuto far pesare la sua situazione di moribondo. Passarono delle ore stesi sul pavimento, testa contro testa. Piansero fino all'esaurimento di ogni liquido del loro corpo.
Esplosione di petardi, urla di ragazzini scatenati e onde sonore impazzite, sparate dai tubi di
scappamento delle auto, svegliarono Rocco; si alzò in piedi, esausto e pieno di sonno. Il suo fido cane era morto e aveva dedicato i suoi ultimi attimi di vita per consolare il suo padrone. Le lacrime erano finite, la disperazione causata dai problemi lavorativi era giunta al culmine. Il suo apostrofo rosa si era appassito e sbiadito, i figli lo temevano e il suo amico, l'unico vero amico che gli era rimasto, aveva appena smesso di soffrire. Andò in bagno per sciacquarsi la faccia, si guardò nello specchio e capì istantaneamente cosa deva fare per risolvere definitivamente, e per sempre, i suoi problemi.
Coprì Billy con una copertina, si vestì con l'abito più lussuoso che aveva in guardaroba e prese dalla cassaforte la cosa più pericolosa che aveva a disposizione. L'aveva messa lì per sicurezza, per evitare che in preda alla disperazione potesse fare del male a se stesso o alla sua famiglia. Ora la disperazione si era trasformata in odio. Erano anni che non usciva da casa e quella notte, la notte di Halloween, tutto poteva accadere... e tutto doveva accadere!
Lungo le strade sporche di caramelle scartocciate si rincorrevano mostri, diavoli e zombi. Ogni tanto s'intravedevano lunghe scie di stelle filanti colpire le auto di passaggio. Sulle finestre buie c'erano zucche con sguardi tremuli che osservavano quel disordine allegro e spensierato. Rocco era cupo, pensieroso ma felice. Avrebbe vissuto quella notte magica con l'idea che tutto sarebbe finito, tutto sarebbe ricominciato in una nuova vita. Un nuovo uomo, con lo stesso corpo ma con un'altra anima.
Magari proprio quella del suo amato amico Antonino, morto per aver sfidato con lo sguardo un teppista che aveva appena terminato un atto vandalico; un'auto lo aveva travolto mentre attraversava la strada. Fu preso di schiena, il corpo si piegò e si sentirono le ossa della colonna vertebrale spezzarsi. Il ventre si squarciò, fuoriuscirono le ossa delle costole con un'esplosione di sangue e organi vitali. La sua testa atterrò violentemente sullo spigolo di un marciapiede, aprendosi e sparpagliando la sua materia cerebrale lungo la strada. Quei pensieri fecero vomitare a Rocco la cena mal digerita.
Si ricompose e riprese il suo cammino. Aveva bisogno di un'anima ribelle e speranzosa; solo così avrebbe potuto ritrovare la sua strada. Qualsiasi soluzione che avesse avuto come scopo finale la fine delle sue sofferenze, sarebbe stata adottata. Nulla era precluso. Doveva solo decidere quale. Prima di entrare nel locale dove tutti i suoi colleghi si erano raggruppati per festeggiare la notte di Halloween, dedicò un attimo dei suoi pensieri nuovamente al ricordo del suo amico; questa volta ricordò le lunghe chiacchierate sui mali della società. Freddo e determinato si sedette a un tavolo per single, dirimpetto alla marmaglia mascherata e maleodorante che stava insultando la quiete di quella notte rumorosa.
Bevve solo un analcolico perché voleva essere lucido e fissò il suo sguardo, tetro, in una sola direzione. Accortosi della sua presenza elegante, giacca e cravatta come il protagonista di un matrimonio, il branco cominciò a confabulare per decidere come schernire la vittima. Uno per volta si avvicinarono al tavolino, ululando e zoppicando; sembravano dei veri morti viventi, uomini senza anima, anime senza speranza di trovare un corpo... "Ancora per poco" pensò Rocco. Al culmine delle risate Satana in persona disse: "Ciao Cicciobello, vedo che ti sei vestito da... uomo morto nella bara!".
Rocco si alzò in piedi, calmo, lucido e glaciale. Osservò uno a uno i suoi aguzzini, mise la mano destra in tasca, toccò la pistola e con calma e determinazione disse: "Io qui ho finito Bambolotti! I morti siete voi... pezzi di merda che non siete altro!". Attimi di silenzio.
Rivolgendosi al re dell'inferno disse: "Giorgio, per cortesia, quando ti rechi vicino alla mia postazione di lavoro, prima lavati i denti e ogni tanto cambiati quella camicia puzzolente". Guardò diritto negli occhi di Freddy Krueger e con severo disprezzo disse: "Ciao Andrea, come mai sei uscito senza maschera? Coglione leccaculo?".
Questa volta la connessione cervello-parola funzionò alla perfezione. Quasi tutto quello che aveva in corpo era lì, pronto per essere vomitato; oramai non ne valeva più la pena. Quella notte il miracolo si era appena compiuto, nessuna anima aveva preso nessun corpo, nessun corpo era rimasto senza anima.
Prima di uscire da casa non era sicuro di farcela, di riuscire a dire quello che veramente voleva dire. Dopo anni di solitudine e repressione, le sue corde vocali gli erano sembrate atrofizzate. Ora era lì fiero e forte di fronte ai suoi carnefici, non aveva più paura.
Si era portato da casa due cose, entrambe contenute nella scatola presa dalla cassaforte: la pistola di ordinanza del nonno carabiniere, carica da molti anni e con il colpo in canna, pronta per sparare e una lettera di dimissioni già scritta e firmata, ma con la data in bianco. Tolse la mano destra dalla tasca dei pantaloni, era sudata ma non tremava più. Guardò uno a uno i mostri viventi che circondavano il suo tavolino e disse con fermezza: "Buon divertimento, ci rivediamo al lavoro!". Pagò il conto e prima di
rientrare a casa consegnò la pistola a una stazione dei carabinieri. Bruciò la lettera spargendo le ceneri nel vento della notte. Si recò nella stanza da letto dei figli e gli diede un bacio sulla fronte. Aveva dimenticato quel sapore. Si sedette poi sul suo letto, porse una carezza alla moglie e rimase in attesa di vedere il sorgere del sole. Sbucò con timida luce soffusa dalle nuvole che andavano via via diradandosi. Negli occhi di Rocco risplendeva una luce nuova. Quella notte magica era morta e la sua vita era appena rinata. Vide un lampo di luce salire nel cielo. L'anima del suo carissimo amico aveva smesso di vagare nel buio per l'eternità?
Sulle sue labbra un sorriso spensierato e tanta gioia nel cuore.

#StoriaDiUnUomoPiccoliSogni - In attesa

#StoriaDiUnUomoPiccoliSogni - In attesa

Tratto da una storia vera.

-Sinossi-
Un uomo ossessionato dall'attesa e vittima degli eventi, decide che è giunto (finalmente) il giorno del suo giudizio universale. Forse anche le decisioni più drammatiche o sciocche hanno la loro motivazione.

-In attesa-
Finalmente un bel pomeriggio di sole, passeggio con spensieratezza, prendo a calci qualche sassolino e attendo lo scorrere del tempo pensando al bel week-end che mi aspetta. Vedo una panchina immersa nel verde e… mi tuffo... «CAZZO!».
Dopo una lunga notte insonne in compagnia di sterili antidolorifici penso sia il caso di rivolgermi a un medico. Mentre mi vesto, ripenso alla caduta e mi faccio coraggio; credo che in fondo, forse, non è poi così grave, inutile andare al pronto soccorso. Oggi l'ambulatorio della guardia medica apre alle 08:00, ne sono certo. Sono pronto. Mi siedo sul divano e aspetto fiducioso che il mio apostrofo rosa si cali nei panni di un autista perché io sono invalidato dal dolore. Guardo l’orologio, sono appena le 05:45. Spero sia veloce nel vestirsi, pettinarsi e scegliere le scarpe. Passano inesorabilmente i minuti con un seguito di secondi, tutti uguali, raggruppati in perfette linee parallele come i fili d’oro dello strascico nuziale della regina della Terra… una coda che circonda tutta la Terra. Non posso guidare, devo attendere, devo resistere. Potrei urlare per farla sbrigare, potrei simulare un attacco cardiaco, forse in questo modo potrebbe anche passare con il semaforo giallo. Aspetto paziente mentre sento un piccolo sibilo di vento nella mia testa. Alle 07:27 finalmente arriva la comunicazione ufficiale; siamo pronti per partire. Tre semafori, uno rosso, uno giallo fisso e uno lampeggiante; quest'ultimo incrocio è completato in circa 137 secondi, o almeno questo è il mio conteggio mentale. Tre camion della nettezza urbana fermi per svuotare cinque cassonetti: due per la raccolta indifferenziata, uno carta, uno vetro, uno plastica. Incidente. Piccolo tamponamento a causa dell'asfalto bagnato e scivoloso. I soliti idioti che usano la macchina come prolungamento del loro organo sessuale. Tecnicamente delle teste di cazzo. Finalmente intravedo la struttura ospedaliera. Guardo l'orologio della macchina; lo sapevo. Sono le 08:23. Hanno già aperto, chissà che fila. Parcheggiata l’auto con tanta fatica, in modo che sia perfettamente allineata e diritta all'interno delle strisce bianche, scendo e con passo frettoloso mi avvio verso l'ingresso. Una sbirciatina tra le vetrate e verifico la totale assenza di pazienti. Sono il primo. Non ci posso credere. Non c'è nessuno in sala d'attesa… «Ma lei che ci fa qui?», mi cazzea la sorella gemella di Marilyn Monroe. «Cerco la guardia medica, ho tutto il lato destro che mi fa male, dalla gamba all’orecchio... ».
«Forse deve farsi curare anche gli occhi! Qui aprono alle 10:00, non ha visto il cartello grande come una casa fuori dai cancelli? Noi stiamo terminando le pulizie. Ora devo anche ripassare dove lei ha sporcato. Non può stare qui. Ma guarda questa gentaglia che non rispetta il lavoro altrui. Deve uscire immediatamente!». Sbraita la cessa, sorella racchia della donna cannone. Ora ci vedo bene, non sono più accecato dal dolore. Percorro la strada verso l'uscita con uno sguardo perso e sconsolato verso mia moglie. «Dai ti accompagno al pronto soccorso, è qui vicino; con la macchina ci mettiamo solo 5 minuti!». Sussurra lei, con la dolce voce di un angelo spurio. Non posso! Guardia medica era e guardia medica sarà. Non sono nato per fare il passeggero in aspettativa. Decido di rimanere seduto in auto finché non giunge l’ora di apertura. Accendo la radio e cerco di rilassarmi; gracchia, non funziona. Antenna rotta proprio ieri mattina mentre lavavo l'auto, che sfiga. Attendo in solitario silenzio. Non ho voglia di parlare. Quando mancano circa trenta minuti, vedo arrivare una colonna di auto. Forse è il caso di mettersi vicino al cancello d'ingresso. In pochi minuti quindici persone sono lì in attesa e tutti prima di fermarsi pronunciano la fatidica frase: «Chi è l'ultimo?». Penso ad alta voce, «Sei tu l'ultimo, idiota! Devi dire chi è il penultimo! Oppure chi è l'ultimo prima di me! Oppure…».
«Scusi non ho capito!». Sbraita Mike Tyson. «Nulla, nulla, imprecavo per il forte dolore; niente d'importante». Sono salvo, per fortuna a lui il dolore l’ha reso sordo. Alle 10.04 aprono il cancello principale e mi precipito a prendere il numeretto. Dopo altri sedici minuti compare sul display la scritta:
il numero 1 è atteso in ambulatorio 13.
Entro e spiego l'accaduto al medico. Indico dove mi fa male e racconto come si è “smontata” la spalla e come ho fatto per rimetterla a posto. «Ma lei è pazzo? Sicuramente ha avuto una lussazione, queste manovre le devono fare le persone competenti! Perché non è andato subito al pronto soccorso? Potrebbe aver lesionato il cercine glenoideo. Avrebbe potuto avere anche un'emorragia». Sonoro cazziatone. Dopo pochi secondi siamo fuori, saliamo in auto e proseguiamo il viaggio verso il pronto soccorso. Sala d'attesa, prendo il numero e aspetto. Devo attendere prima che risolvano tutti i codici gialli prima di me; se poi arrivano dei rossi, hanno sempre la precedenza. Dopo alcune ore arriva il mio turno. Mi fanno sedere su di una vecchia sedia a rotelle con cuscinetti grippati, mi consegnano una cartella clinica e mi dicono che dovrò fare delle radiografie. Altra sala d'attesa, altre ore che svolazzano lentamente come avvoltoi su di una carogna. Dopo le radiografie devo attendere l'ortopedico; mi visiterà nella sala gessi. Intanto sento un certo languorino, ma sono senza portafogli e senza telefonino. Mia moglie si è persa? Vabbè che i parenti non possono entrare, ma qui sembra di stare allo stadio. Chiudo gli occhi e cerco di concentrarmi: training autogeno. Passano altre ore, questo giorno comincia a chiedere un prestito di tempo al giorno successivo, come gennaio per i giorni della merla. Ogni paziente che entra, dopo non meno di trenta minuti, esce con un corredo di gesso bianco. Comincio a preoccuparmi, mi sbatte la palpebra dell'occhio sinistro. Intanto cala la sera. Finalmente il mio turno. Mi fasciano come una mummia e poi mi scaricano su di un’altra sedia a rotelle, anche questa con le ruote grippate, e mi parcheggiano nella sala d'attesa per la dismissione, troppo distante dai bagni… mi scappa la pipì. Ho la mano destra inutilizzabile e con la sinistra non riesco a spingere la sedia, almeno fino alla porta dei bagni. Non voglio alzarmi da solo, senza nessun sostegno o un muro su cui poggiarsi, perché ho paura di cadere. Finalmente ritrovo mia moglie, non riesco più ad aspettare, me la faccio addosso. Devo, mio malgrado, farmi assistere per l’espletamento fisiologico; provo una profonda vergogna che aggrava il mio umore. Ancora attesa. Comincio a perdere la pazienza. Sento il sibilo nella mia testa che sta diventando un vento di libeccio. Ascoltando il notiziario apprendo che stamattina alle 09:00 è successo un maxi tamponamento proprio allo svincolo dell'uscita autostradale, lì vicino all'ospedale. Nessun morto e nessun ferito grave per fortuna, ma io mi rendo conto di aver aiutato moltissimo la mia sfortuna; se fossi andato prima al pronto soccorso, avrei evitato le lunghe fila di feriti. La gamba destra comincia a muoversi: tacco punta, tacco punta. Mi chiamano e mi chiedono di entrare in una porta dove attende la dottoressa che deve dimettermi. Mi accomodo su di una sedia di plastica rossa sbiadita, cigolante da un lato. Aspetto. Non si trova, nel mio file elettronico, la prognosi dell'ortopedico. Errore umano o baco del software? Nel secondo caso mi propongo per cercare una soluzione e velocizzare la dismissione. «Non credo sia il caso di scherzare, per favore! Esca fuori dalla stanza e aspetti sulle seggiole!». Ma io non stavo scherzando, è il mio mestiere. Altro cazziatone e altra attesa. Ora balla anche la gamba sinistra; cerco di assopirmi ma non ci riesco. La sala si svuota ed io rimango prigioniero. Non trovano il fascicolo corretto. Non esiste neanche il cartaceo. Nessuno si assume la responsabilità dell'accaduto. Passa il tempo, oramai è quasi mezzanotte. Un incubo, si sono dimenticati di me. Mia moglie dorme tranquilla su di una poltroncina con la testa poggiata al muro. Patatine, snack e caffè. Questo il mio pasto domenicale. Ho un gran mal di testa e da molti minuti regna un silenzio assordante. Ecco sento arrivare la pioggia. Il tifone porta venti a 220 km/h. Comincio a urlare, a inveire contro la sanità pubblica, contro il governo, il Papa e tutti i santi. Me la prendo anche con gli extraterrestri, cosa avranno poi di così extra, non si è mai capito. Spingo la sedia a rotelle contro un muro e cerco di sfondare la porta della dottoressa con la spalla sinistra.
Prendo a calci un contenitore di rifiuti. Sono paonazzo e fuori controllo. Mia moglie si sveglia. «La smetti di fare rumore? Non riesco a dormire!». Non ci posso credere! Anche lei contro di me. Desolato, stanco e deluso mi addormento anch'io.
Sento rumore di passi, arriva qualcuno. Oramai è giorno. Ottengo l'ennesimo cazziatone dall'infermiera perché non potevo dormire lì. Sarei dovuto andare a casa e poi ritornare per ritirare la cartella clinica di dismissione. Ma perché non me l'hanno detto? Balla la gamba destra, balla la gamba sinistra, strizzano gli occhi e mi giro i pollici; più che altro per evitare di fare altri danni. E' lunedì mattina, sono passate più di 24 ore e l'incubo ancora non è finito. Sono chiamato dalla dottoressa di turno; mi spiegano la prognosi e mi rispediscono a casa. Rientriamo in auto sfiniti, ma contenti. Durante il viaggio di ritorno a casa mi ricordo che proprio oggi avrebbero chiuso una strada principale per dei lavori urgenti a una conduttura del gas. Propongo una strada alternativa. Alternativa per tutti però! Traffico intenso. Ho sete, non bevo da 12 ore e siamo bloccati in auto in attesa che sia smaltito il traffico. A passo di lumaca stanca conto i metri che mi separano da casa. A un certo punto la lucettina gialla lampeggiante nel quadro strumenti dell'auto, smette di emettere luce intermittente. Rimaniamo bloccati. Benzina finita! Ma come cavolo è possibile? Ora dovrei anche attendere che mia moglie venga con una lattina di carburante? Mai! Mi avvio verso casa a piedi. Sono un maratoneta io. Giunto a casa frugo nelle tasche e non trovo le chiavi. Faccio un balzo in avanti e picchio violentemente la testa contro la porta d'ingresso. Mi procuro un profondo ematoma e svengo. Mi ritrovo su di un lettino d'ospedale, alzo gli occhi e incrocio lo sguardo serio di mia moglie. Con tono imperativo mi urla: «Ma non potevi aspettare?». Chiudo gli occhi, mi concentro e decido. Va bene è finita. Guarisco completamente e la mollo. Dovevo farlo da qualche tempo; anzi non dovevo sposarmi: centosessantasette minuti e quindici secondi di ritardo il giorno del matrimonio, senza giustificato motivo, erano già stati un segnale molto importante. Ora non posso più aspettare. Voglio il divorzio. Chiedo con gentilezza l'uso del cellulare al mio vicino di letto. Anche lui ha la testa fasciata a causa di un litigio violento avuto con la moglie. Gli esprimo tutta la mia solidarietà e gli scrocco una lunga telefonata. Telefono al mio avvocato ma mi risponde una segreteria telefonica. Dopo dieci minuti di attesa riesco a parlare con la sua segretaria e fisso un appuntamento telefonico per il pomeriggio. La conversazione è molto agitata e vomito tutto quello che ho dentro in un solo fiato. Dopo venti minuti di monologo sento una profonda perplessità nella voce del mio avvocato; immagino la sua faccia, i suoi occhi che mi fissano mentre mi ribatte: «ma non potresti aspettare?». Ancora? Basta! Esco di corsa dall’ospedale e mi precipito in strada urlando a squarciagola come un indemoniato. Un'auto mi travolge e finisco per l’ennesima volta al pronto soccorso. Questa volta non voglio aspettare. Questa volta decido io. Mi alzo dalla sedia a rotelle e scappo nuovamente. Esco da una porta secondaria, scendo le scale e inciampo. Rotolo a testa in giù e sbatto il cranio contro uno spigolo di ferro, nello stesso punto dell'ematoma che mi sono procurato davanti alla mia porta di casa. Mi procuro un'enorme ferita al cranio, il bozzolone esplode e un fiume di sangue misto a pus invade il mio viso. Rimango lì in terra per alcuni minuti privo di sensi. Sto morendo, ma non mollo. Riesco ad alzarmi; devo uscire dalla prigione. Voglio essere libero. La mia determinazione mi porta fino al parcheggio delle auto. Esco in strada e con le mani insanguinate cerco un passaggio, ma l'unico automobilista che si ferma mi dice: «aspetti che la accompagno al pronto soccorso».
NO! Di nuovo. NO! Non voglio aspettare! Inveisco contro l'automobilista e scappo correndo malamente verso la stazione ferroviaria. Mi nascondo, non voglio essere trovato. Quasi privo di vita aspetto il buio accucciato tra i bidoni della spazzatura, come un barbone. Il mio fisico collassa e passo a miglior vita. Vedo il mio corpo steso tra i rifiuti mentre salgo verso l'onnipotente. Arrivo in un posto pieno di luce, calmo, bello e silenzioso. Ondeggio come un aquilone, con vento leggero, verso l'ingresso del castello. Vedo un cartello con una freccia, la scritta non riesco a leggerla, ma vado in quella direzione. Trovo circa un milione di anime assembrate in un piccolo cortile; non capisco. Mi faccio spazio sgomitando e vado oltre. Leggo il cartello: “Siete pregati di prendere il numero e attendere il vostro turno; sarete chiamati al più presto”. Con curiosità leggo il display luminoso che indica il tempo di attesa: “Il numero 999.999 sarà servito fra 999.999 giorni”. Sarà rotto? Dopo un’attesa di circa 2739 anni sono convocato al cospetto del Creatore e dei suoi saggi. Mi propongono una seconda possibilità in alternativa all'espiazione delle mie pene per l'eternità, all'inferno. Mi dicono che sono fortunato, questa possibilità è concessa molto raramente. Solo rarissimi casi di menti geniali, o persone particolarmente sfortunate. Due donne hanno appena avuto l'ovulo fecondato e possono inserirmi immediatamente nel loro grembo materno. Devo decidere: la prima è la moglie dell'uomo più ricco del mondo, la seconda del più povero. Devo sbrigarmi ma indugio, questa volta sono io che faccio aspettare. Mi guardano con aria interrogativa, confidano nella mia umiltà. La mia scelta è ovvia. Che domande. Preferisco andare all'inferno, non posso mica aspettare altri nove mesi?