#StoriaDiUnUomoPiccoliSogni - In attesa

#StoriaDiUnUomoPiccoliSogni - In attesa

Tratto da una storia vera.

-Sinossi-
Un uomo ossessionato dall'attesa e vittima degli eventi, decide che è giunto (finalmente) il giorno del suo giudizio universale. Forse anche le decisioni più drammatiche o sciocche hanno la loro motivazione.

-In attesa-
Finalmente un bel pomeriggio di sole, passeggio con spensieratezza, prendo a calci qualche sassolino e attendo lo scorrere del tempo pensando al bel week-end che mi aspetta. Vedo una panchina immersa nel verde e… mi tuffo... «CAZZO!».
Dopo una lunga notte insonne in compagnia di sterili antidolorifici penso sia il caso di rivolgermi a un medico. Mentre mi vesto, ripenso alla caduta e mi faccio coraggio; credo che in fondo, forse, non è poi così grave, inutile andare al pronto soccorso. Oggi l'ambulatorio della guardia medica apre alle 08:00, ne sono certo. Sono pronto. Mi siedo sul divano e aspetto fiducioso che il mio apostrofo rosa si cali nei panni di un autista perché io sono invalidato dal dolore. Guardo l’orologio, sono appena le 05:45. Spero sia veloce nel vestirsi, pettinarsi e scegliere le scarpe. Passano inesorabilmente i minuti con un seguito di secondi, tutti uguali, raggruppati in perfette linee parallele come i fili d’oro dello strascico nuziale della regina della Terra… una coda che circonda tutta la Terra. Non posso guidare, devo attendere, devo resistere. Potrei urlare per farla sbrigare, potrei simulare un attacco cardiaco, forse in questo modo potrebbe anche passare con il semaforo giallo. Aspetto paziente mentre sento un piccolo sibilo di vento nella mia testa. Alle 07:27 finalmente arriva la comunicazione ufficiale; siamo pronti per partire. Tre semafori, uno rosso, uno giallo fisso e uno lampeggiante; quest'ultimo incrocio è completato in circa 137 secondi, o almeno questo è il mio conteggio mentale. Tre camion della nettezza urbana fermi per svuotare cinque cassonetti: due per la raccolta indifferenziata, uno carta, uno vetro, uno plastica. Incidente. Piccolo tamponamento a causa dell'asfalto bagnato e scivoloso. I soliti idioti che usano la macchina come prolungamento del loro organo sessuale. Tecnicamente delle teste di cazzo. Finalmente intravedo la struttura ospedaliera. Guardo l'orologio della macchina; lo sapevo. Sono le 08:23. Hanno già aperto, chissà che fila. Parcheggiata l’auto con tanta fatica, in modo che sia perfettamente allineata e diritta all'interno delle strisce bianche, scendo e con passo frettoloso mi avvio verso l'ingresso. Una sbirciatina tra le vetrate e verifico la totale assenza di pazienti. Sono il primo. Non ci posso credere. Non c'è nessuno in sala d'attesa… «Ma lei che ci fa qui?», mi cazzea la sorella gemella di Marilyn Monroe. «Cerco la guardia medica, ho tutto il lato destro che mi fa male, dalla gamba all’orecchio... ».
«Forse deve farsi curare anche gli occhi! Qui aprono alle 10:00, non ha visto il cartello grande come una casa fuori dai cancelli? Noi stiamo terminando le pulizie. Ora devo anche ripassare dove lei ha sporcato. Non può stare qui. Ma guarda questa gentaglia che non rispetta il lavoro altrui. Deve uscire immediatamente!». Sbraita la cessa, sorella racchia della donna cannone. Ora ci vedo bene, non sono più accecato dal dolore. Percorro la strada verso l'uscita con uno sguardo perso e sconsolato verso mia moglie. «Dai ti accompagno al pronto soccorso, è qui vicino; con la macchina ci mettiamo solo 5 minuti!». Sussurra lei, con la dolce voce di un angelo spurio. Non posso! Guardia medica era e guardia medica sarà. Non sono nato per fare il passeggero in aspettativa. Decido di rimanere seduto in auto finché non giunge l’ora di apertura. Accendo la radio e cerco di rilassarmi; gracchia, non funziona. Antenna rotta proprio ieri mattina mentre lavavo l'auto, che sfiga. Attendo in solitario silenzio. Non ho voglia di parlare. Quando mancano circa trenta minuti, vedo arrivare una colonna di auto. Forse è il caso di mettersi vicino al cancello d'ingresso. In pochi minuti quindici persone sono lì in attesa e tutti prima di fermarsi pronunciano la fatidica frase: «Chi è l'ultimo?». Penso ad alta voce, «Sei tu l'ultimo, idiota! Devi dire chi è il penultimo! Oppure chi è l'ultimo prima di me! Oppure…».
«Scusi non ho capito!». Sbraita Mike Tyson. «Nulla, nulla, imprecavo per il forte dolore; niente d'importante». Sono salvo, per fortuna a lui il dolore l’ha reso sordo. Alle 10.04 aprono il cancello principale e mi precipito a prendere il numeretto. Dopo altri sedici minuti compare sul display la scritta:
il numero 1 è atteso in ambulatorio 13.
Entro e spiego l'accaduto al medico. Indico dove mi fa male e racconto come si è “smontata” la spalla e come ho fatto per rimetterla a posto. «Ma lei è pazzo? Sicuramente ha avuto una lussazione, queste manovre le devono fare le persone competenti! Perché non è andato subito al pronto soccorso? Potrebbe aver lesionato il cercine glenoideo. Avrebbe potuto avere anche un'emorragia». Sonoro cazziatone. Dopo pochi secondi siamo fuori, saliamo in auto e proseguiamo il viaggio verso il pronto soccorso. Sala d'attesa, prendo il numero e aspetto. Devo attendere prima che risolvano tutti i codici gialli prima di me; se poi arrivano dei rossi, hanno sempre la precedenza. Dopo alcune ore arriva il mio turno. Mi fanno sedere su di una vecchia sedia a rotelle con cuscinetti grippati, mi consegnano una cartella clinica e mi dicono che dovrò fare delle radiografie. Altra sala d'attesa, altre ore che svolazzano lentamente come avvoltoi su di una carogna. Dopo le radiografie devo attendere l'ortopedico; mi visiterà nella sala gessi. Intanto sento un certo languorino, ma sono senza portafogli e senza telefonino. Mia moglie si è persa? Vabbè che i parenti non possono entrare, ma qui sembra di stare allo stadio. Chiudo gli occhi e cerco di concentrarmi: training autogeno. Passano altre ore, questo giorno comincia a chiedere un prestito di tempo al giorno successivo, come gennaio per i giorni della merla. Ogni paziente che entra, dopo non meno di trenta minuti, esce con un corredo di gesso bianco. Comincio a preoccuparmi, mi sbatte la palpebra dell'occhio sinistro. Intanto cala la sera. Finalmente il mio turno. Mi fasciano come una mummia e poi mi scaricano su di un’altra sedia a rotelle, anche questa con le ruote grippate, e mi parcheggiano nella sala d'attesa per la dismissione, troppo distante dai bagni… mi scappa la pipì. Ho la mano destra inutilizzabile e con la sinistra non riesco a spingere la sedia, almeno fino alla porta dei bagni. Non voglio alzarmi da solo, senza nessun sostegno o un muro su cui poggiarsi, perché ho paura di cadere. Finalmente ritrovo mia moglie, non riesco più ad aspettare, me la faccio addosso. Devo, mio malgrado, farmi assistere per l’espletamento fisiologico; provo una profonda vergogna che aggrava il mio umore. Ancora attesa. Comincio a perdere la pazienza. Sento il sibilo nella mia testa che sta diventando un vento di libeccio. Ascoltando il notiziario apprendo che stamattina alle 09:00 è successo un maxi tamponamento proprio allo svincolo dell'uscita autostradale, lì vicino all'ospedale. Nessun morto e nessun ferito grave per fortuna, ma io mi rendo conto di aver aiutato moltissimo la mia sfortuna; se fossi andato prima al pronto soccorso, avrei evitato le lunghe fila di feriti. La gamba destra comincia a muoversi: tacco punta, tacco punta. Mi chiamano e mi chiedono di entrare in una porta dove attende la dottoressa che deve dimettermi. Mi accomodo su di una sedia di plastica rossa sbiadita, cigolante da un lato. Aspetto. Non si trova, nel mio file elettronico, la prognosi dell'ortopedico. Errore umano o baco del software? Nel secondo caso mi propongo per cercare una soluzione e velocizzare la dismissione. «Non credo sia il caso di scherzare, per favore! Esca fuori dalla stanza e aspetti sulle seggiole!». Ma io non stavo scherzando, è il mio mestiere. Altro cazziatone e altra attesa. Ora balla anche la gamba sinistra; cerco di assopirmi ma non ci riesco. La sala si svuota ed io rimango prigioniero. Non trovano il fascicolo corretto. Non esiste neanche il cartaceo. Nessuno si assume la responsabilità dell'accaduto. Passa il tempo, oramai è quasi mezzanotte. Un incubo, si sono dimenticati di me. Mia moglie dorme tranquilla su di una poltroncina con la testa poggiata al muro. Patatine, snack e caffè. Questo il mio pasto domenicale. Ho un gran mal di testa e da molti minuti regna un silenzio assordante. Ecco sento arrivare la pioggia. Il tifone porta venti a 220 km/h. Comincio a urlare, a inveire contro la sanità pubblica, contro il governo, il Papa e tutti i santi. Me la prendo anche con gli extraterrestri, cosa avranno poi di così extra, non si è mai capito. Spingo la sedia a rotelle contro un muro e cerco di sfondare la porta della dottoressa con la spalla sinistra.
Prendo a calci un contenitore di rifiuti. Sono paonazzo e fuori controllo. Mia moglie si sveglia. «La smetti di fare rumore? Non riesco a dormire!». Non ci posso credere! Anche lei contro di me. Desolato, stanco e deluso mi addormento anch'io.
Sento rumore di passi, arriva qualcuno. Oramai è giorno. Ottengo l'ennesimo cazziatone dall'infermiera perché non potevo dormire lì. Sarei dovuto andare a casa e poi ritornare per ritirare la cartella clinica di dismissione. Ma perché non me l'hanno detto? Balla la gamba destra, balla la gamba sinistra, strizzano gli occhi e mi giro i pollici; più che altro per evitare di fare altri danni. E' lunedì mattina, sono passate più di 24 ore e l'incubo ancora non è finito. Sono chiamato dalla dottoressa di turno; mi spiegano la prognosi e mi rispediscono a casa. Rientriamo in auto sfiniti, ma contenti. Durante il viaggio di ritorno a casa mi ricordo che proprio oggi avrebbero chiuso una strada principale per dei lavori urgenti a una conduttura del gas. Propongo una strada alternativa. Alternativa per tutti però! Traffico intenso. Ho sete, non bevo da 12 ore e siamo bloccati in auto in attesa che sia smaltito il traffico. A passo di lumaca stanca conto i metri che mi separano da casa. A un certo punto la lucettina gialla lampeggiante nel quadro strumenti dell'auto, smette di emettere luce intermittente. Rimaniamo bloccati. Benzina finita! Ma come cavolo è possibile? Ora dovrei anche attendere che mia moglie venga con una lattina di carburante? Mai! Mi avvio verso casa a piedi. Sono un maratoneta io. Giunto a casa frugo nelle tasche e non trovo le chiavi. Faccio un balzo in avanti e picchio violentemente la testa contro la porta d'ingresso. Mi procuro un profondo ematoma e svengo. Mi ritrovo su di un lettino d'ospedale, alzo gli occhi e incrocio lo sguardo serio di mia moglie. Con tono imperativo mi urla: «Ma non potevi aspettare?». Chiudo gli occhi, mi concentro e decido. Va bene è finita. Guarisco completamente e la mollo. Dovevo farlo da qualche tempo; anzi non dovevo sposarmi: centosessantasette minuti e quindici secondi di ritardo il giorno del matrimonio, senza giustificato motivo, erano già stati un segnale molto importante. Ora non posso più aspettare. Voglio il divorzio. Chiedo con gentilezza l'uso del cellulare al mio vicino di letto. Anche lui ha la testa fasciata a causa di un litigio violento avuto con la moglie. Gli esprimo tutta la mia solidarietà e gli scrocco una lunga telefonata. Telefono al mio avvocato ma mi risponde una segreteria telefonica. Dopo dieci minuti di attesa riesco a parlare con la sua segretaria e fisso un appuntamento telefonico per il pomeriggio. La conversazione è molto agitata e vomito tutto quello che ho dentro in un solo fiato. Dopo venti minuti di monologo sento una profonda perplessità nella voce del mio avvocato; immagino la sua faccia, i suoi occhi che mi fissano mentre mi ribatte: «ma non potresti aspettare?». Ancora? Basta! Esco di corsa dall’ospedale e mi precipito in strada urlando a squarciagola come un indemoniato. Un'auto mi travolge e finisco per l’ennesima volta al pronto soccorso. Questa volta non voglio aspettare. Questa volta decido io. Mi alzo dalla sedia a rotelle e scappo nuovamente. Esco da una porta secondaria, scendo le scale e inciampo. Rotolo a testa in giù e sbatto il cranio contro uno spigolo di ferro, nello stesso punto dell'ematoma che mi sono procurato davanti alla mia porta di casa. Mi procuro un'enorme ferita al cranio, il bozzolone esplode e un fiume di sangue misto a pus invade il mio viso. Rimango lì in terra per alcuni minuti privo di sensi. Sto morendo, ma non mollo. Riesco ad alzarmi; devo uscire dalla prigione. Voglio essere libero. La mia determinazione mi porta fino al parcheggio delle auto. Esco in strada e con le mani insanguinate cerco un passaggio, ma l'unico automobilista che si ferma mi dice: «aspetti che la accompagno al pronto soccorso».
NO! Di nuovo. NO! Non voglio aspettare! Inveisco contro l'automobilista e scappo correndo malamente verso la stazione ferroviaria. Mi nascondo, non voglio essere trovato. Quasi privo di vita aspetto il buio accucciato tra i bidoni della spazzatura, come un barbone. Il mio fisico collassa e passo a miglior vita. Vedo il mio corpo steso tra i rifiuti mentre salgo verso l'onnipotente. Arrivo in un posto pieno di luce, calmo, bello e silenzioso. Ondeggio come un aquilone, con vento leggero, verso l'ingresso del castello. Vedo un cartello con una freccia, la scritta non riesco a leggerla, ma vado in quella direzione. Trovo circa un milione di anime assembrate in un piccolo cortile; non capisco. Mi faccio spazio sgomitando e vado oltre. Leggo il cartello: “Siete pregati di prendere il numero e attendere il vostro turno; sarete chiamati al più presto”. Con curiosità leggo il display luminoso che indica il tempo di attesa: “Il numero 999.999 sarà servito fra 999.999 giorni”. Sarà rotto? Dopo un’attesa di circa 2739 anni sono convocato al cospetto del Creatore e dei suoi saggi. Mi propongono una seconda possibilità in alternativa all'espiazione delle mie pene per l'eternità, all'inferno. Mi dicono che sono fortunato, questa possibilità è concessa molto raramente. Solo rarissimi casi di menti geniali, o persone particolarmente sfortunate. Due donne hanno appena avuto l'ovulo fecondato e possono inserirmi immediatamente nel loro grembo materno. Devo decidere: la prima è la moglie dell'uomo più ricco del mondo, la seconda del più povero. Devo sbrigarmi ma indugio, questa volta sono io che faccio aspettare. Mi guardano con aria interrogativa, confidano nella mia umiltà. La mia scelta è ovvia. Che domande. Preferisco andare all'inferno, non posso mica aspettare altri nove mesi?