#StoriaDiUnUomoPiccoliSogni - Alicia

Tratto da una storia vera.

-Sinossi-
Bassa, tozza, scura, occhi infidi, stessa puzza! Non entrare in quel reparto… Non entrare sei vuoi uscirne vivo!

-Alicia-
«Libera!»
«Ancora!»
«Non possiamo perderlo. Massaggio cardiaco, presto!»
«Calma... la respirazione a bocca a bocca la faccio io». Disse quella sadica di Alicia, l'infermiera.
Aglio marcio, cipolla ammuffita, pomodoro rancido, latte versato al sole d'estate, vomito fermentato.
Il confronto non poteva reggere. Arma biologica, ecco cosa poteva diventare se solo avesse voluto.
Ebbi un sussulto immediato e appena incanalai il suo fiato nei miei polmoni, il cuore ripartì. Forse era questo il motivo per cui la chiamavano Resurrection. Mi aveva salvato la vita, e nello stesso tempo me la aveva anche rovinata. Mia moglie mi aveva lasciato; i miei figli ripudiato; il lavoro perso.
Quando camminavo tra le persone, sembravo Mosè: le genti si separavano come le acque del mar rosso. Un tanfo, una puzza incommensurabile.
I miei polmoni avevano assorbito in modo permanente il suo fiato. Si erano talmente impregnati che non potevo respirare senza avere una nausea profonda. Non potevo fare nessuna attività fisica, appena il respiro diventava affannoso, perdevo i sensi.
Mi era capitato una volta che avevo deciso di rimettermi in forma dopo il ricovero. Una corsettina, niente d’impegnativo. Non l'avessi mai fatto. Correvo libero nel parco costeggiando il viale alberato ed ero libero, contento; mi sentivo rinato.
Purtroppo durò poco.
Avevo incominciato ad avere dei dubbi ogni qualvolta, incrociando un'altra persona, la vedevo tapparsi il naso. Non capivo. Il posto era pulito. “Vietato l'ingresso ai cani “, si leggeva sul cartello d'ingresso.
Ora la puzza la sentivo anch'io. Cercavo di andare sempre più veloce, per sfuggire a quel tanfo, ma la puzza aumentava. Più correvo più aumentava. Decisi di bloccare un passante e chiedere lumi.
Non l'avessi mai fatto. Fui accusato di tentato omicidio. La mia bella vita era stata salvata, ma ero stato proiettato in un incubo senza ritorno. Stavo diventando uno zombi. Neanche i barboni potevano vedermi.
I cani randagi m'inseguivano per farmi scappare. Decisi di farla finita. Un ponte; mi serviva un ponte. Anzi no. Un grattacielo.
«Almeno proverò l'ebbrezza di volare» mi dissi.
Fu così che presi la decisione di distruggere l'umanità. Un volo aereo in parapendio respirando con intensità per poi riempire le nuvole di aria tossica. Al primo scroscio di pioggia, fulminati! Anzi bruciati peggio che con l'acido solforico. Una sola goccia di acqua impregnata del mio fiato avrebbe potuto trapassare un muro di cemento armato spesso 12 metri.
Stavo pregustando la mia vendetta quando mi svegliai. Era un sogno. Sì, stavo sognando! L'incubo era finito. L'unico dramma era che mi trovavo davvero in ospedale, in un letto del reparto di cardiologia. Ad un certo punto, anche se non convinto del tutto, stavo quasi per riprendermi completamente quando vidi lei: la pazza, la Resurrection. Passò davanti all’ingresso della stanza, come un fantasma.
Scesi dal letto. Volevo uscire nel corridoio per verificare se fosse vera e me la trovai di fronte. Bassa, tozza, scura, occhi infidi, stessa puzza!
«Non è possibile» mi dissi.
Barcollai e mi diedi un pizzico sul braccio, «hai!».
«Tutto a posto?» Mi disse Alicia con aria preoccupata. Continuavo a non capire. Era sogno o realtà?
Quando mi disse che la telemetria ora era a posto, capii tutto. Mi venne in mente l'episodio che avevo vissuto la notte precedente e che aveva causato poi tutta la mia agitazione, incubo compreso.
In pratica mentre dormivo dolcemente sognando il mare d'inverno, sentivo il suo odore e rumore, vedevo lo spumeggiare delle onde infrangersi contro le scogliere del porto e bagnare una bellissima donna con i capelli lunghi, avvolta in una veste trasparente, tanga mozzafiato, seni prosperosi, sorriso ammiccante, occhi penetranti… fui svegliato all'improvviso da lei, Alicia la Resurrection.
Erano le due di notte e si era staccata una ventosa contenente i sensori per trasmettere, tramite la telemetria, il battito del mio cuore a una particolare apparecchiatura che ne avrebbe memorizzata la frequenza. La pazza mi strappò le lenzuola dal letto, mi aprì il pigiama e iniziò a tirare con violenza inaudita le altre ventose che erano appiccicate sul mio petto, compresa tutta la mia peluria pettorale di maschio. Dolore lancinante, indescrivibile. Urlai, urlai e ancora urlai. Tutta la voce che avevo nei polmoni non servì a farla smettere: «Sono vivo, CAZZO! Sono vivo!». Sembrava posseduta.
Lacrime cocenti solcarono il mio viso come rubinetti rotti. Provai il massimo dolore fisico che un uomo possa provare; roba da infarto… appunto!