#StoriaDiUnUomoPiccoliSogni - La Polda

Tratto da una storia vera.

-Sinossi-
Eppure esistono. Si annidano tra noi, sono tra noi. Ci studiano, agiscono in incognito per non far capire le loro intenzioni. Si sono evoluti e i panini non bastano più. Usano tutti i sotterfugi ammissibili e inammissibili pur di ottenere il loro unico scopo di vita: lo scrocco.

-La Polda-
«Ciao, scusami, potresti farmi un piacere? Mi presti mezza cipolla?».
Esordisce così questo personaggio metafisico, bestia mitologica, di razza non umana.
E se anche gli fosse stato concesso questo favore, ma poi, il concedente, sarebbe stato costretto a cucinarla subito l’altra metà della cipolla? In alternativa dovrebbe sperare che gli sia restituita nel breve periodo così da
poterla ricomporre con del nastro adesivo? Nella mentalità perversa degli scrocconi esiste la possibilità, anzi necessità, e direi la certezza, che il prestito non sia mai reclamato. Infatti, scelgono le loro prede in funzione della loro quantità di bontà d’animo, misurata con formule arzigogolate e criteri di valutazione, noti solo ai loro simili, già predeterminati, studiati a tavolino e tramandati di generazione
in generazione. Nei giorni precedenti l’azione si esegue un’indagine, un’esplorazione dei movimenti e degli acquisti del soggetto cui scroccare qualche cosa. Conoscono i tempi di durata delle confezioni e le scorte della dispensa. Eseguono un monitoraggio su cosa cucina la vittima e annotano tutto.
Percepiscono odori e controllano colore e intensità dei fumi; di solito usano un tubicino poggiato sul davanzale e, seminascosti dietro una tenda, annusano e valutano gli odori che sono emanati dalla cucina della preda. Sono bravi, attenti e oculati nei loro calcoli. Ben sanno quante cipolle sono state usate in
funzione dell’intensità dell’odore. Ben sanno se sono state cucinate anche nei giorni precedenti o lo saranno di lì a poco, perché loro sanno contare molto bene. Il menù quotidiano dello scroccone è stabilito considerando le altrui riserve alimentari da sfruttare. Prevedono il futuro e indovinano sempre cosa mangeranno a cena i loro vicini. Agiscono nelle ore serali, colpiscono quando il soggetto è rilassato e pronto per la spremitura. Sono furbi, chiedono solo metà cipolla perché ovviamente non la vogliono restituire. Esistono poi due cipolle uguali, oppure tagliate a metà nello stesso modo e con le stesse dimensioni? Possono correre il rischio che la cipolla da restituire sia più grande di quella avuta in
prestito? Lo scroccato non chiederebbe mai indietro mezza cipolla, troppo orgoglio, troppa dignità. Non potrebbe mai chiedere il doppio di quello prestato; si macchierebbe di un reato molto grave: usura.Pensano a tutto questo gli scrocconi; il soggetto individuato è incensurato, pulito e onesto, per questo è
stato scelto. Tra di loro si conoscono e si evitano. Qualche volta si spartiscono le prede e marchiano il loro territorio come i cani, senza offesa per i cani. Quando s’incontrano per strada, si lanciano occhiate ben precise; si parlano in codice. Al supermercato fanno la spesa di nascosto, la occultano in quei
carrelli di stoffa scura usati di solito dalle persone anziane. Non usano mai il carrello del supermercato, la merce è troppo visibile, non vogliono essere spiati. Certamente non hanno bisogno di grossi contenitori per fare la spesa, perché la loro spesa è snella, magra come un’indossatrice d’alta moda anoressica.
Sono talmente sciatti e viscidi da far invidia al loro avo più illustre: il signor Sbaffini.
Eppure lui si limitava allo scrocco dei panini, l’evoluzione della specie ha fatto il resto. Ora ti chiedono di tutto, non solo generi alimentari. Un buco con il trapano, un bullone di mezzo pollice con filettatura unificata cilindrica a passo grosso, un avviatore per batteria auto con impianto fotovoltaico a celle in grafene, una cicca usata, tabacco per pipa al gusto di vaniglia Tahiti, “scusa mi annaffieresti le piante mentre sono in vacanza alle Maldive per le prossime quattro settimane?” senza chiederti se anche tu sei in vacanza in quel periodo! Scroccano passaggi con le auto, ma non ne danno perché il consumo di carburante della
loro vettura potrebbe aumentare a causa del peso aggiuntivo. Sono geneticamente predisposti alla tirchieria, malattia che nel loro caso si tramuta in ossessione. Non possono sprecare 1 solo centesimo dei loro averi. Devono accumulare risorse economiche per soddisfare i loro vizi. Camminano spesso
con la testa piegata in avanti, non per depressione o stanchezza, semplicemente perché sono dei cercatori d’oro professionisti. Non bisogna mai chiedergli un favore, oppure un oggetto, peggio ancora un alimento. Diventano come quei gatti randagi che aspettano per ore la loro razione di cibo. Gli dai un pezzo di carne? Loro pretendono tutta la vacca! Come gli induisti, venerano la loro fonte di sopravvivenza, con la sola differenza che quando la mucca si ammala non la curano negli ospedali, ma la abbandonano al loro destino e passano alla preda successiva. Se ti offrono qualche cosa, qualsiasi cosa, non bisogna mai accettarla perché certamente stanno tramando un NSOP (nuovo scrocco
organizzato periodico).

"La polda figlia dei Poldo un giorno scroccò <<una coscia di pollo senza la pelle ma con del caramello>>, tutti i vicini uscirono in drappello per annusare quella coscia di pollo senza la pelle, col caramello,cucinata dalla polda figlia dei Poldo e scroccata come un porcello".

Questa’anno mi è capitata un’avventura, se ci penso, madonna che paura. Mi è successo un caso strano difficile da capire, con tutto quel baccano. Il fatto è questo, leggete senza paura, non v’impressionate...
Le mie orecchie sono ancora vetrificate!
Erano le due di notte e sentivo un acre odore di tabacco ammuffito, bruciato in quella vecchia pipa consumata dalla salsedine. Un urlo improvviso squarcia la notte e tra le luci accese si vedono volare indumenti e piccole scatole di cartone.
«No…», «NO!»
Osservo e non mi capacito. Scatole di cartone? Litigano, questo è ovvio, ma nelle discussioni più accese volano anche oggetti pesanti, si frantumano vetri. Qualche cosa non mi torna. Sento urlare parole sconnesse:
«anche questa», «vuota», «vuota», «guarda lì, forse», «finiti», «ho no, non ci posso credere», «colpa tua», «lo hai fatto apposta».
Tutto insieme sembra avere un senso ma qualche dubbio mi viene. Un tarlo nella
mente, sembra così banale che non ci posso credere. Litigare poi, e con quella veemenza, sembra assurdo. Di certo mi sto sbagliando. Torno nel mio letto e cerco di riaddormentarmi. Qualche minuto di pausa e sento dei singhiozzi. La polda piange. Sembra uno di quei cicciobelli ai quali è stato tolto il ciuccio.
Il disco gira all’infinito finché non si consumano le batterie. Uno strazio per le orecchie e soprattutto un terreno fertile per l’ulcera. Non riesco a capire cosa possa essere successo in quella casa.
Il tarlo ritorna, ma lo scaccio di nuovo. Cerco di farmi due conti; dunque: il latte per Pisellino l’hanno scroccato, la legna per lo spiedo di domani, che è domenica, pure; gli ho visto fare la spesa mensile solo quindici giorni fa, per cui la dispensa dovrebbe essere piena; il sale lo hanno raccolto dissalando l’acqua del mare che si sono portati dalle vacanze; gli ho visto strizzare i panni intrisi di sudore per raccogliere il grasso da destinare a panetto di burro… Cosa cavolo gli manca?
La situazione comincia a diventare davvero molto seria perché lui, Braccio di Ferro arrugginito, non raccoglie neanche le lacrime per farne acqua minerale naturale. Sento rumore di passi e porte che sbattono; sento il campanello suonare. Chi potrà mai essere? Di solito il campanello che suona alle tre di notte mi mette allegria e mi fa abbandonare l’ansia perché segna il termine dell’attesa per i figli che tornano da una serata con gli amici. Ora succede il contrario. Rapida occhiata nelle stanze da letto, trovo tutto in ordine. I miei angeli dormono. Forse sono i carabinieri allertati da qualche vicino ma non vedo i
lampeggianti. Scendo le scale con le farfalle nello stomaco, mi tocco la gola e mi accorgo di avere un nodo gordiano che non mi fa respirare; anche il grande Alexander non riuscì a scioglierlo. Io non voglio tagliarlo, vado, apro la porta e vedo chi è; risolvo la questione e me ne ritorno a letto! Lo penso ma non agisco. Tergiverso. Faccio finta di andare in bagno a fare pipì, ma non mi scappa. Magari il tizio
se ne va. Il campanello questa volta subisce uno scampanio così chiassoso, da far sembrare le campane di Notre-Dame de Paris un piccolo rutto. Mi ricordo di aver acceso la luce, quindi il sospetto sa che sono sveglio. Guardo dallo spioncino e non vedo nulla. Timidamente, con voce molto bassa, invoco la classica frase di circostanza: «chi è?». Nessuna risposta, voce troppo bassa; ho paura ma si accende una lampadina nella mia testa, un pensiero risolutore; vado in cucina, impugno un coltello e poi apro la
porta. Non si sa mai! Ritorno davanti alla porta d’ingresso con il coltello nella mano destra e la sinistra appoggiata sulla maniglia. Mi riaffaccio allo spioncino e vedo un uomo in mutande con una canottiera bianca a giro
maniche che gli copre metà della pancia grassa e pelosa. Saltella per il freddo accarezzandosi le braccia. Capelli arruffati e unti. Si sposta avanti e indietro, riesco a vedere le mie pantofole ai suoi piedi...
Lo riconosco, è il mio vicino: il marito della polda! Getto via il coltello, apro la porta e calo il mio sorriso più smagliante, ma con aria allarmata.
«Ciao, cosa è successo?».
«Ciao, scusami, potresti farmi un piacere? Mi presti un preservativo?».
Il tarlo ha scavato bene la sua galleria. Avevo ragione, avevo intuito cosa gli mancava, ma non potevo immaginare che me lo avrebbe chiesto e soprattutto a come me lo avrebbe chiesto…
“Mi presti?”, “prestare?”. “In che senso?”. Cerco tra i miei neuroni una possibile soluzione al
problema. Ci sono: risposta secca e incazzata.
«No, li ho finiti ieri sera quando mi sono scopato tua moglie!».
Questa volta il cervello si è connesso alla bocca e sono uscite le parole. Cavolo ora parte un pugno. D’istinto mi copro la faccia con le mani e indurisco gli addominali per parare i colpi. Mi aspetto il peggio ma rimango ottimista.
«Si lo so, ieri ero stanco ma oggi lo sono di più e non ce la faccio a farne una intera, mi chiedevo se potevi prestarmi appunto quello di ieri; è inutile spendere altri soldi, è stato usato solo una volta, o no?
Domani mattina te lo ridarò, così magari lo puoi riutilizzare per legare le piante di pomodori che hai nell'orto. Ho visto che sono quasi maturi, vero?».
Mi guarda e fa l’occhiolino. Era meglio il peggio…
Questa volta il limite ha superato la fantasia; è sfociato nella realtà virtuale facendo un doppio carpiato all'indietro tra gli universi paralleli e la teoria delle stringhe.
Il grande Capo, Dio di tutti i Dio, si è destato e ha lanciato un anatema: «questa razza Sbaffini la deve finire di scroccare!»
E’ stato informato di quest’aberrazione e si è reso conto della gravità della situazione. Neanche all'Inferno potranno soggiornare, e un quarto strato bisognerà inventare...
Giù sulla terra, per sempre saranno abbandonati e per l’eternità potranno latrare.