Tratto da una storia vera.
-Sinossi-
Una gara per la vita o la vita per una gara? La conversione di un uomo ambizioso e spregiudicato che infrange la sua gloria contro la dura realtà della vita. Serve un cambiamento definitivo. Servono cuore… e amore divino.
Una gara per la vita o la vita per una gara? La conversione di un uomo ambizioso e spregiudicato che infrange la sua gloria contro la dura realtà della vita. Serve un cambiamento definitivo. Servono cuore… e amore divino.
-La gara-
«Ancora sveglio!».
Mi giro su di un lato, la luce fioca della strada m’infastidisce. Mi rigiro dall'altro lato, mia moglie russa. Prono, supino. No! Ora anche la spalla destra con il solito, atroce, dolore. Maledetta bicicletta è per questo che ti ho abbandonato…
Discesa molto ripida, lunga e piena d'insidie. Un percorso per professionisti. La mia bici non era adeguata ma lo feci ugualmente; non potevo esimermi dal mettermi in competizione. Panorami mozzafiato e vegetazione lussureggiante avrebbero potuto far diventare pittore un imbianchino. Io ero solo, in mezzo alla natura e con la massima concentrazione. Le ghiandole surrenali lavoravano al 120% e scaricavano adrenalina come se piovesse. Ero eccitato e impazzito dalla gioia; eppure non avevo sniffato come durante alcune gare di atletica. Non gareggiavo più perché il mio cuore cominciò ad avere dei problemi. Durante un controllo cardiaco di routine, si evidenziarono delle extrasistoli. L’esame ECG Holter sentenziò una prima condanna; la botta definitiva fu data dall’ECG sotto sforzo: prolasso telesistolico parcellare del lembo posteriore della valvola mitrale. Per dirla breve, forse l’età, forse un difetto genetico, forse le troppe sostanze… dovetti, mio malgrado, smettere forzatamente di correre da atleta professionista. Non ero mai stato un vero e proprio talento; riuscivo, però, ad ottenere ottimi risultati con sostanze che sarebbero dovute rimanere sconosciute al mio corpo. Con furbizia e destrezza mi prendevo gioco di quelli più forti di me; godevo di questo.
Mentre ascoltavo il dolce suono delle ruote sul terreno, cominciarono a farmi male gli avambracci e le mani. Sentii un crampo improvviso e dovetti abbandonare la presa sulla leva dei freni posteriori. Raggiunsi una maggiore velocità perché non potevo rischiare di ribaltarmi usando forzatamente il freno anteriore. Vidi un fosso enorme, largo circa un metro, e un macigno alla sinistra del sentiero che ostruiva quasi completamente la strada. La scelta doveva essere rapida e sicura. La mia bici non aveva una struttura ammortizzante tale da permettermi di entrare nel fosso, senza conseguenze nefaste. Mi trovavo in quella situazione perché qualche metro prima avevo fallito l'ingresso su di una rampa; tale percorso era necessario per andare oltre gli ostacoli, diciamo così, in sicurezza. Realizzai, istantaneamente, che non sarei riuscito a fermarmi in tempo utile perché anche all'altra mano cominciarono a farsi sentire i crampi. Decisi di virare verso il macigno e di infilarmi in quei pochi millimetri che lo separavano dal fosso. Fatto. La parte principale della bici era passata, ora bisognava fare il resto. Ci volle un milionesimo di secondo, ma fu eterno. Il terreno davanti all’enorme sasso era completamente fangoso. Sembravano sabbie mobili. La bici ebbe un sussulto verso destra perché dovetti tenere all'insù il pedale sinistro, onde evitare di farlo sbattere su quel muro bianco arrotondato. La ruota anteriore s'inabissò e la parte posteriore della bici sbandò inevitabilmente verso sinistra. Il cerchione posteriore urtò violentemente contro una sporgenza del macigno ed io fui sbalzato dalla bici. Non avevo indossato il casco di protezione perché volevo sentire il vento nei capelli. D’istinto misi le mani sulla testa per proteggerla; atterrai con tutto il peso del corpo sulla spalla destra. Il colpo fu violento e subii una frattura della testa omerale. L’atletica era già finita… la bici non poté mai cominciare, il tarlo della depressione iniziò il suo lavoro.
Convivo da molti anni con i postumi di quell’incidente. Il dolore è costante. A volte spietato durante il giorno, di solito sopportabile la notte. Oggi no! Non oggi, non è possibile. Devo dormire! Ho smesso con il doping, non voglio neanche un semplice antidolorifico. Sono arrabbiato, con un colpo di schiena mi sollevo dal letto come Linda Blair nel celebre film, e compio un giro di 180° su me stesso. Atterro a pancia in giù sul materasso, abbraccio il cuscino e comincio a contare i metri che mi separano dal traguardo: uno, due, … quarantaduemilacentonovantaquattro. Basta, ora dormo e basta. Mi concentro, spengo il cervello; sono sempre io il più forte! La sveglia risuona una delle mie canzoni preferite: Une belle histoire di Michel Fugain. Nonostante le poche ore di sonno, sono fresco e riposato, mancano solo tre ore alla partenza. Bicchiere d'acqua e prima tazzina di caffè. Penso al check-list della sera prima: scarpe, calze, pantaloncini, maglietta, sottomaglietta, cronometro da polso, auricolari, mp3, batterie nuove, cappellino. Sento un forte dolore al tendine di Achille del piede destro. Erano due settimane che non mi faceva male. Decido che deve diventare solo un leggero fastidio. Sarà la tensione, sono agitato, ho la tentazione di spalmare un gel. Non voglio neanche quest’aiuto. Mi sento più tranquillo solo dopo essermi concentrato, solo dopo aver pensato ai sei mesi di sacrifici, e ai sei mesi prima dell’inizio dei sacrifici, quando ero preda della depressione. Scelgo di svegliare mia moglie facendo attenzione ai rumori; per adesso è meglio lasciar dormire ancora i figli. Devo rimanere concentrato. Chiedo alla mia dolce metà se mi prepara qualche biscotto con la marmellata mentre io comincio la vestizione, come durante le sedute di allenamento. Ogni volta che eseguo questo rituale, penso ai toreri, alla loro cura morbosa dei particolari. Quando entrano nell'arena, sembrano onnipotenti, come Dei dell'Olimpo. E' una sfida per la morte, battaglia senza senso, ma necessaria per la sopravvivenza dello spirito. Vincere o morire, non puoi fare altrimenti. La maratona va corsa tutta, fino in fondo, sempre e comunque. Non è come le altre gare. Ogni volta succede sempre qualche cosa di mistico. Mangiare il frutto della fatica, godere della sofferenza patita, diventano meravigliosa ricompensa per la soddisfazione di avercela fatta. Andare avanti oltre il dolore e superare l'ennesimo km, rafforzano la mente. Oggi, dopo ogni gara, finalmente ‘pulita’, sento di essere più vicino alla sublimazione dei sensi, al raggiungimento della perfecta caritas. Difficile da spiegare, ma facile da capire se si prova almeno una volta; dopo non puoi più farne a meno.
Consumo con calma la mia colazione, altro bicchiere d'acqua e seconda tazzina di caffè. Controllo le stringhe delle scarpe, doppio nodo e infilo il fiocco sotto l'allacciatura delle stringhe. Laccetti del pantaloncino non troppo stretti, meglio evitare i mal di pancia. Attacco il pettorale al centro della maglietta con le spille da balia, una per ogni lato. Indosso il cappellino con visiera e saltello a piedi uniti per verificare la tenuta delle scarpe. Sono pronto. Faccio stretching mentre il resto della truppa si prepara per accompagnarmi alla partenza, poi entro in macchina e cerco di rilassarmi mentre ascolto il notiziario.
«…incidente d'auto che ha coinvolto un carrello porta cavalli. La bestia ne è uscita indenne ed è scappata verso la collina; un gruppo di uomini si sono messi al suo inseguimento». Che strana coincidenza, mi sembrò di rivivere una delle mie più belle vittorie…
Un giorno, nella mia maturità solo fisica e dopo essermi fatto una canna, correndo in una ripida salita a tratti asfaltata e a tratti no, fui sorpassato da un cavaliere in sella ad un cavallo pezzato Overo; chiazze marroni e enorme testa bianca. Sembrava essere uscito da un film western. Lui mi guardò con il sorrisetto beffardo stampato sul viso; il cavallo nitrì e sbuffò. Dovevo spostarmi per farlo passare. «Azz» gli dissi, condito con un bel «NO!». Conoscevo molto bene quel percorso, sapevo che dietro la prossima curva la strada proseguiva fino alla sommità con uno strato di asfalto consumato, per qualche centinaio di metri. Guardai il cowboy, fissai il cavallo, sputai a terra con disprezzo e feci cenno con la mano destra di seguirmi; avevo sfidato il cavaliere in singolar tenzone, ma la mia vera sfida era con il cavallo. Mi misi a correre con tutte le mie forze e fui subito superato. Li raggiunsi poco prima della cima della salita e li superai di slancio perché il cavallo pattinava maldestramente sull’asfalto liscio. Il cavaliere, dapprima accennò una rincorsa colpendo l’equino all'addome con i tacchi degli stivali, poi decise di non continuare per evitargli traumi alle zampe. Ero riuscito a battere anche un cavallo, non potevo crederci. Anche questa vittoria fu frutto di un inganno.
Quel pensiero mi diede nuova forza e determinazione:
"Da oggi nessuno stratagemma, nessun aiuto esterno, nessuna furbizia!".
Giunti alla partenza saluto con un solo bacio spedito nel vento, moglie e quattro figli. Non posso sprecare nulla. Anche una sola piccola molecola di energia può fare la differenza. Cerco di essere leggero il più possibile. Nell'arco di un'ora mi reco nei bagni chimici a far pipì almeno sei volte, e tutte le minzioni durarono svariati secondi. Per la tensione inghiotto continuamente saliva e non bevo. Cerco di partire elastico e scattante. Voglio essere lì davanti a tutti quando sarà dato lo start alla partenza. Voglio vedermi sulle foto dei quotidiani. Il tempo passa inesorabile, mancano pochi minuti per l’inizio della gara. Tutti gli atleti corrono e fanno esercizi di riscaldamento. Io mi concentro e ricordo mentalmente il percorso; cerco i punti deboli, le salite e le asperità del terreno. Tutto deve essere perfetto. Il toro non fa sconti.
BANG! Partiti. Primo km abbondantemente sotto il mio tempo medio. Devo rallentare, ma non posso. Le gambe vanno veloci, sono elastiche, non ho il fiatone. Al primo ristoro prendo una bottiglietta d'acqua, controllo il cronometro e decido di rallentare per abbeverarmi. Comincio a sentire qualche doloretto al ginocchio destro; sarà lo stesso di tre mesi fa? Dopo un po' scompare ma avverto un dolore al polpaccio sinistro. Con calma arrivo al secondo ristoro e questa volta prendo dei pezzi di frutta. Potassio e sali minerali sono necessari per evitare i crampi. Continuo senza pensare ulteriormente a tutti i vari doloretti che si rimbalzano da una parte all'altra del mio corpo. Anche la spalla inizia a farmi male, ma questo davvero non mi preoccupa perché l'arto non è necessario per terminare la gara. Arrivato al 25° km, inizio a sentire dolore sia al tendine del collo del piede sinistro che al tendine di Achille del piede destro. A ogni spugnaggio e ogni ristoro decido di fermarmi qualche secondo per bagnarli con acqua fresca e alleviare la sofferenza. La musica del mio lettore mp3 comincia a diventare fastidiosa, il volume troppo elevato fa a pugni con la stanchezza. Decido di staccare gli auricolari dalle orecchie e di infilarli nella maglietta interna. Dopo un po' cominciano a darmi fastidio; li riattacco all'orecchio e fortunatamente entrano nella playlist randomica una serie di brani dolci e pieni di parole da ascoltare. Questo mi è sufficiente per dimenticare i dolori e andare avanti. Intanto sono superato da un atleta con un palloncino giallo attaccato alla maglietta e con un seguito di persone che gli corrono dietro: un pacer. Leggo il tempo scritto sul palloncino e noto che se li seguo posso fare il mio personal best time. Ci provo. Ristacco gli auricolari e questa volta li tengo nella mano sinistra. Cerco di scambiare due chiacchiere veloci con i compagni di avventura, ma loro stanno peggio di me e arrancano. Intravedo il cartello dei 37 km. Decido di bruciare tutte le mie energie residue e abbandono il gruppo. Li stacco notevolmente e poi riprendo il mio ritmo. Sono solo. Davanti il vuoto e dietro gli inseguitori. Mi piace la competizione. Non voglio farmi raggiungere. Esagero, continuo stringendo i denti e le mani. Rompo gli auricolari e per disperazione li getto a terra vicino a un contenitore della spazzatura. Vedo il cartello dell'ultimo km e mi dico: «è finita». Povero illuso. La parte più difficile doveva ancora arrivare. Crollo, sento le gambe molli e nello stesso tempo i muscoli irrigiditi. Non riesco più a muovermi, mi accascio al suolo e comincio a piangere dalla disperazione. Vedo il tempo sul cronometro e realizzo che manca pochissimo per superare il tempo massimo che mi ero prefissato. I secondi passano veloci, inesorabili. Mi sento come un pugile che arranca mentre l’arbitro conta la fine drammatica del match. Mi alzo, cerco di trascinarmi, di attaccarmi a ogni cosa pur di rimanere in piedi. Arrivo con fatica agli ultimi 200 metri. Basta! Il mio corpo dice basta. E' finita. Mi stavo ritirando con il traguardo a portata di mano, lì in fondo alla strada. Fu una sensazione difficilmente descrivibile, una situazione mai provata prima. La stessa cosa che succede a un'automobile quando rimane senza benzina. Non c'è nulla da fare. Si può solo spingere; ma pur trovando qualcuno che mi avesse spinto, lo avrei scacciato in malo modo. Non sarebbe stata la stessa cosa, questa volta, quest’ultima volta, dovevo farcela da solo. Pensai alla freccia del sud; non quella ferrata ma quella di carne e ossa; puro spirito di sacrificio e forza di volontà. Nessun aiuto esterno, nessun vantaggio artificiale; un vero Uomo pulito. A un tratto arrivano due atleti, mi vedono barcollante e quasi privo di sensi. Mi danno una gran botta sulla spalla, quella dolorante: «dai, muoviti, non puoi mollare adesso». In altri momenti avrei urlato a squarciagola per il forte dolore; oggi non sento nulla, non ho più sofferenze fisiche. Sento un risveglio improvviso; vedo Alain Prost zigzagare con la sua auto per ripescare un fondo di benzina. Mi dò una violenta scrollata anch'io. I miei reni, sballottati, agitano le preziose ghiandole che li sovrastano, costringendole, in modo autonomo e senza controllo mentale, ad emettere un'ultima, definitiva e determinante, razione di ormoni. Ricomincio a correre. Taglio il traguardo e ottengo il mio obiettivo. C’è l'ho fatta. Dolci lacrime sovrastano il sapore acre del sudore. Piango e urlo dalla gioia. Avevo dimenticato quanto è bello il sapore della sincerità. A casa ripulisco anche la parte esterna del mio corpo, ceno e mi metto a letto: questa volta non ho barato. Ho vinto la mia gara, ho vinto la mia vita. Sono diventato un Uomo nuovo.
«Ancora sveglio!».
Mi giro su di un lato, la luce fioca della strada m’infastidisce. Mi rigiro dall'altro lato, mia moglie russa. Prono, supino. No! Ora anche la spalla destra con il solito, atroce, dolore. Maledetta bicicletta è per questo che ti ho abbandonato…
Discesa molto ripida, lunga e piena d'insidie. Un percorso per professionisti. La mia bici non era adeguata ma lo feci ugualmente; non potevo esimermi dal mettermi in competizione. Panorami mozzafiato e vegetazione lussureggiante avrebbero potuto far diventare pittore un imbianchino. Io ero solo, in mezzo alla natura e con la massima concentrazione. Le ghiandole surrenali lavoravano al 120% e scaricavano adrenalina come se piovesse. Ero eccitato e impazzito dalla gioia; eppure non avevo sniffato come durante alcune gare di atletica. Non gareggiavo più perché il mio cuore cominciò ad avere dei problemi. Durante un controllo cardiaco di routine, si evidenziarono delle extrasistoli. L’esame ECG Holter sentenziò una prima condanna; la botta definitiva fu data dall’ECG sotto sforzo: prolasso telesistolico parcellare del lembo posteriore della valvola mitrale. Per dirla breve, forse l’età, forse un difetto genetico, forse le troppe sostanze… dovetti, mio malgrado, smettere forzatamente di correre da atleta professionista. Non ero mai stato un vero e proprio talento; riuscivo, però, ad ottenere ottimi risultati con sostanze che sarebbero dovute rimanere sconosciute al mio corpo. Con furbizia e destrezza mi prendevo gioco di quelli più forti di me; godevo di questo.
Mentre ascoltavo il dolce suono delle ruote sul terreno, cominciarono a farmi male gli avambracci e le mani. Sentii un crampo improvviso e dovetti abbandonare la presa sulla leva dei freni posteriori. Raggiunsi una maggiore velocità perché non potevo rischiare di ribaltarmi usando forzatamente il freno anteriore. Vidi un fosso enorme, largo circa un metro, e un macigno alla sinistra del sentiero che ostruiva quasi completamente la strada. La scelta doveva essere rapida e sicura. La mia bici non aveva una struttura ammortizzante tale da permettermi di entrare nel fosso, senza conseguenze nefaste. Mi trovavo in quella situazione perché qualche metro prima avevo fallito l'ingresso su di una rampa; tale percorso era necessario per andare oltre gli ostacoli, diciamo così, in sicurezza. Realizzai, istantaneamente, che non sarei riuscito a fermarmi in tempo utile perché anche all'altra mano cominciarono a farsi sentire i crampi. Decisi di virare verso il macigno e di infilarmi in quei pochi millimetri che lo separavano dal fosso. Fatto. La parte principale della bici era passata, ora bisognava fare il resto. Ci volle un milionesimo di secondo, ma fu eterno. Il terreno davanti all’enorme sasso era completamente fangoso. Sembravano sabbie mobili. La bici ebbe un sussulto verso destra perché dovetti tenere all'insù il pedale sinistro, onde evitare di farlo sbattere su quel muro bianco arrotondato. La ruota anteriore s'inabissò e la parte posteriore della bici sbandò inevitabilmente verso sinistra. Il cerchione posteriore urtò violentemente contro una sporgenza del macigno ed io fui sbalzato dalla bici. Non avevo indossato il casco di protezione perché volevo sentire il vento nei capelli. D’istinto misi le mani sulla testa per proteggerla; atterrai con tutto il peso del corpo sulla spalla destra. Il colpo fu violento e subii una frattura della testa omerale. L’atletica era già finita… la bici non poté mai cominciare, il tarlo della depressione iniziò il suo lavoro.
Convivo da molti anni con i postumi di quell’incidente. Il dolore è costante. A volte spietato durante il giorno, di solito sopportabile la notte. Oggi no! Non oggi, non è possibile. Devo dormire! Ho smesso con il doping, non voglio neanche un semplice antidolorifico. Sono arrabbiato, con un colpo di schiena mi sollevo dal letto come Linda Blair nel celebre film, e compio un giro di 180° su me stesso. Atterro a pancia in giù sul materasso, abbraccio il cuscino e comincio a contare i metri che mi separano dal traguardo: uno, due, … quarantaduemilacentonovantaquattro. Basta, ora dormo e basta. Mi concentro, spengo il cervello; sono sempre io il più forte! La sveglia risuona una delle mie canzoni preferite: Une belle histoire di Michel Fugain. Nonostante le poche ore di sonno, sono fresco e riposato, mancano solo tre ore alla partenza. Bicchiere d'acqua e prima tazzina di caffè. Penso al check-list della sera prima: scarpe, calze, pantaloncini, maglietta, sottomaglietta, cronometro da polso, auricolari, mp3, batterie nuove, cappellino. Sento un forte dolore al tendine di Achille del piede destro. Erano due settimane che non mi faceva male. Decido che deve diventare solo un leggero fastidio. Sarà la tensione, sono agitato, ho la tentazione di spalmare un gel. Non voglio neanche quest’aiuto. Mi sento più tranquillo solo dopo essermi concentrato, solo dopo aver pensato ai sei mesi di sacrifici, e ai sei mesi prima dell’inizio dei sacrifici, quando ero preda della depressione. Scelgo di svegliare mia moglie facendo attenzione ai rumori; per adesso è meglio lasciar dormire ancora i figli. Devo rimanere concentrato. Chiedo alla mia dolce metà se mi prepara qualche biscotto con la marmellata mentre io comincio la vestizione, come durante le sedute di allenamento. Ogni volta che eseguo questo rituale, penso ai toreri, alla loro cura morbosa dei particolari. Quando entrano nell'arena, sembrano onnipotenti, come Dei dell'Olimpo. E' una sfida per la morte, battaglia senza senso, ma necessaria per la sopravvivenza dello spirito. Vincere o morire, non puoi fare altrimenti. La maratona va corsa tutta, fino in fondo, sempre e comunque. Non è come le altre gare. Ogni volta succede sempre qualche cosa di mistico. Mangiare il frutto della fatica, godere della sofferenza patita, diventano meravigliosa ricompensa per la soddisfazione di avercela fatta. Andare avanti oltre il dolore e superare l'ennesimo km, rafforzano la mente. Oggi, dopo ogni gara, finalmente ‘pulita’, sento di essere più vicino alla sublimazione dei sensi, al raggiungimento della perfecta caritas. Difficile da spiegare, ma facile da capire se si prova almeno una volta; dopo non puoi più farne a meno.
Consumo con calma la mia colazione, altro bicchiere d'acqua e seconda tazzina di caffè. Controllo le stringhe delle scarpe, doppio nodo e infilo il fiocco sotto l'allacciatura delle stringhe. Laccetti del pantaloncino non troppo stretti, meglio evitare i mal di pancia. Attacco il pettorale al centro della maglietta con le spille da balia, una per ogni lato. Indosso il cappellino con visiera e saltello a piedi uniti per verificare la tenuta delle scarpe. Sono pronto. Faccio stretching mentre il resto della truppa si prepara per accompagnarmi alla partenza, poi entro in macchina e cerco di rilassarmi mentre ascolto il notiziario.
«…incidente d'auto che ha coinvolto un carrello porta cavalli. La bestia ne è uscita indenne ed è scappata verso la collina; un gruppo di uomini si sono messi al suo inseguimento». Che strana coincidenza, mi sembrò di rivivere una delle mie più belle vittorie…
Un giorno, nella mia maturità solo fisica e dopo essermi fatto una canna, correndo in una ripida salita a tratti asfaltata e a tratti no, fui sorpassato da un cavaliere in sella ad un cavallo pezzato Overo; chiazze marroni e enorme testa bianca. Sembrava essere uscito da un film western. Lui mi guardò con il sorrisetto beffardo stampato sul viso; il cavallo nitrì e sbuffò. Dovevo spostarmi per farlo passare. «Azz» gli dissi, condito con un bel «NO!». Conoscevo molto bene quel percorso, sapevo che dietro la prossima curva la strada proseguiva fino alla sommità con uno strato di asfalto consumato, per qualche centinaio di metri. Guardai il cowboy, fissai il cavallo, sputai a terra con disprezzo e feci cenno con la mano destra di seguirmi; avevo sfidato il cavaliere in singolar tenzone, ma la mia vera sfida era con il cavallo. Mi misi a correre con tutte le mie forze e fui subito superato. Li raggiunsi poco prima della cima della salita e li superai di slancio perché il cavallo pattinava maldestramente sull’asfalto liscio. Il cavaliere, dapprima accennò una rincorsa colpendo l’equino all'addome con i tacchi degli stivali, poi decise di non continuare per evitargli traumi alle zampe. Ero riuscito a battere anche un cavallo, non potevo crederci. Anche questa vittoria fu frutto di un inganno.
Quel pensiero mi diede nuova forza e determinazione:
"Da oggi nessuno stratagemma, nessun aiuto esterno, nessuna furbizia!".
Giunti alla partenza saluto con un solo bacio spedito nel vento, moglie e quattro figli. Non posso sprecare nulla. Anche una sola piccola molecola di energia può fare la differenza. Cerco di essere leggero il più possibile. Nell'arco di un'ora mi reco nei bagni chimici a far pipì almeno sei volte, e tutte le minzioni durarono svariati secondi. Per la tensione inghiotto continuamente saliva e non bevo. Cerco di partire elastico e scattante. Voglio essere lì davanti a tutti quando sarà dato lo start alla partenza. Voglio vedermi sulle foto dei quotidiani. Il tempo passa inesorabile, mancano pochi minuti per l’inizio della gara. Tutti gli atleti corrono e fanno esercizi di riscaldamento. Io mi concentro e ricordo mentalmente il percorso; cerco i punti deboli, le salite e le asperità del terreno. Tutto deve essere perfetto. Il toro non fa sconti.
BANG! Partiti. Primo km abbondantemente sotto il mio tempo medio. Devo rallentare, ma non posso. Le gambe vanno veloci, sono elastiche, non ho il fiatone. Al primo ristoro prendo una bottiglietta d'acqua, controllo il cronometro e decido di rallentare per abbeverarmi. Comincio a sentire qualche doloretto al ginocchio destro; sarà lo stesso di tre mesi fa? Dopo un po' scompare ma avverto un dolore al polpaccio sinistro. Con calma arrivo al secondo ristoro e questa volta prendo dei pezzi di frutta. Potassio e sali minerali sono necessari per evitare i crampi. Continuo senza pensare ulteriormente a tutti i vari doloretti che si rimbalzano da una parte all'altra del mio corpo. Anche la spalla inizia a farmi male, ma questo davvero non mi preoccupa perché l'arto non è necessario per terminare la gara. Arrivato al 25° km, inizio a sentire dolore sia al tendine del collo del piede sinistro che al tendine di Achille del piede destro. A ogni spugnaggio e ogni ristoro decido di fermarmi qualche secondo per bagnarli con acqua fresca e alleviare la sofferenza. La musica del mio lettore mp3 comincia a diventare fastidiosa, il volume troppo elevato fa a pugni con la stanchezza. Decido di staccare gli auricolari dalle orecchie e di infilarli nella maglietta interna. Dopo un po' cominciano a darmi fastidio; li riattacco all'orecchio e fortunatamente entrano nella playlist randomica una serie di brani dolci e pieni di parole da ascoltare. Questo mi è sufficiente per dimenticare i dolori e andare avanti. Intanto sono superato da un atleta con un palloncino giallo attaccato alla maglietta e con un seguito di persone che gli corrono dietro: un pacer. Leggo il tempo scritto sul palloncino e noto che se li seguo posso fare il mio personal best time. Ci provo. Ristacco gli auricolari e questa volta li tengo nella mano sinistra. Cerco di scambiare due chiacchiere veloci con i compagni di avventura, ma loro stanno peggio di me e arrancano. Intravedo il cartello dei 37 km. Decido di bruciare tutte le mie energie residue e abbandono il gruppo. Li stacco notevolmente e poi riprendo il mio ritmo. Sono solo. Davanti il vuoto e dietro gli inseguitori. Mi piace la competizione. Non voglio farmi raggiungere. Esagero, continuo stringendo i denti e le mani. Rompo gli auricolari e per disperazione li getto a terra vicino a un contenitore della spazzatura. Vedo il cartello dell'ultimo km e mi dico: «è finita». Povero illuso. La parte più difficile doveva ancora arrivare. Crollo, sento le gambe molli e nello stesso tempo i muscoli irrigiditi. Non riesco più a muovermi, mi accascio al suolo e comincio a piangere dalla disperazione. Vedo il tempo sul cronometro e realizzo che manca pochissimo per superare il tempo massimo che mi ero prefissato. I secondi passano veloci, inesorabili. Mi sento come un pugile che arranca mentre l’arbitro conta la fine drammatica del match. Mi alzo, cerco di trascinarmi, di attaccarmi a ogni cosa pur di rimanere in piedi. Arrivo con fatica agli ultimi 200 metri. Basta! Il mio corpo dice basta. E' finita. Mi stavo ritirando con il traguardo a portata di mano, lì in fondo alla strada. Fu una sensazione difficilmente descrivibile, una situazione mai provata prima. La stessa cosa che succede a un'automobile quando rimane senza benzina. Non c'è nulla da fare. Si può solo spingere; ma pur trovando qualcuno che mi avesse spinto, lo avrei scacciato in malo modo. Non sarebbe stata la stessa cosa, questa volta, quest’ultima volta, dovevo farcela da solo. Pensai alla freccia del sud; non quella ferrata ma quella di carne e ossa; puro spirito di sacrificio e forza di volontà. Nessun aiuto esterno, nessun vantaggio artificiale; un vero Uomo pulito. A un tratto arrivano due atleti, mi vedono barcollante e quasi privo di sensi. Mi danno una gran botta sulla spalla, quella dolorante: «dai, muoviti, non puoi mollare adesso». In altri momenti avrei urlato a squarciagola per il forte dolore; oggi non sento nulla, non ho più sofferenze fisiche. Sento un risveglio improvviso; vedo Alain Prost zigzagare con la sua auto per ripescare un fondo di benzina. Mi dò una violenta scrollata anch'io. I miei reni, sballottati, agitano le preziose ghiandole che li sovrastano, costringendole, in modo autonomo e senza controllo mentale, ad emettere un'ultima, definitiva e determinante, razione di ormoni. Ricomincio a correre. Taglio il traguardo e ottengo il mio obiettivo. C’è l'ho fatta. Dolci lacrime sovrastano il sapore acre del sudore. Piango e urlo dalla gioia. Avevo dimenticato quanto è bello il sapore della sincerità. A casa ripulisco anche la parte esterna del mio corpo, ceno e mi metto a letto: questa volta non ho barato. Ho vinto la mia gara, ho vinto la mia vita. Sono diventato un Uomo nuovo.
