(Maledette guerre)
Volevo parlar d'amore, non di guerre.
Mi persi in meandri di luci infuocate e sibili di morte.
Chiusi gli occhi...
Ero tra le onde, e l'oceano in tempesta bucava le nuvole sull'orizzonte penetrando nei coni di luce. Galleggiavo, orizzontale, come un tronco d'albero, una tenue palma, in attesa d'una risacca o d'un porto dove poter riposare, seccare al sole e morire, in quiete, lentamente, senza inutili e continue sofferenze. Senza capovolgimenti, senza sbattimenti.
I rumori assordanti erano sopiti solo dal mio sciabordio, quando la testa s'immergeva nell'acqua gelida allagando i timpani. Unico sollievo, il silenzio.
Tutti i miei sensi raccontavano bugie, bastava chiudere gli occhi, tapparsi le orecchie e non toccarsi le ferite... Non cercare le gambe, distrutte dalle mine antiuomo. Avrei forse dovuto smettere di respirare, ma non volevo morire, così senza vedere il mare. L'odore acre della morte giunta dal cielo, dei missili, e di tutto quel che brucia, penetrava il mio corpo. L'aria era nera. Ed io non potevo fare nulla, era la guerra: "Se respiro muoio, se non respiro muoio. E se respiro nelle acque del mio dolce mare sognato... Muoio."
Non posso più galleggiare. Non riesco. Il peso del mondo mi schiaccia.
Nella vita muoio, nei sogni muoio, nelle illusioni muoio.
Perché sono vivo?
Perché?
Perché muoio?
Perché non posso esistere?
